Stipendi fermi, frammentazione delle sigle e la rinuncia alla formazione continua: un’analisi (e una proposta) partendo dal livello locale.

La miopia politica e manageriale a livello locale ha spesso evitato di progettare seri percorsi formativi finanziati dai fondi europei. Il fallimento del PNNR è sotto gli occhi di tutti. Questo ha continuato a lasciar spazio solo a logiche clientelari e patrocini sterili. Il risultato? Una povertà educativa e aggregativa che penalizza il territorio: i giovani sono privi di spazi pubblici di crescita e gli adulti sono esclusi dalla riqualificazione.
Oggi mancano medici, infermieri, ingegneri e una miriade di tecnici specializzati. Dove pensa di pescarli il sistema se la maggioranza della popolazione si ferma alla terza media. Forse a un diploma superiore generico, talvolta neppure completato?
La risposta è semplice: servono percorsi formativi di specializzazione certificati.

La frammentazione del sistema: l’Italia degli “orti privati”
Oggi la formazione in Italia è frammentata in mille rivoli: Confindustria, Confartigianato, Confcommercio, sindacati, piccole realtà che intercettano fondi e patrocini. Ognuno gestisce il proprio piccolo orto di “avviamento al lavoro”, ma mancano le risposte sistemiche. Non esiste alcuna forma di educazione alla formazione in italia.
- Dove si trova un corso avanzato in meccatronica per chi ha fatto solo meccanica o elettronica per vent’anni?
- Dove sono le certificazioni per il fotovoltaico o l’alta cucina?
Noi dovremmo essere i leader di queste discipline per logiche territoriali. Invece, se cerco un corso valido, spesso devo fare 140 km per trovarlo, incastrandolo agilmente dopo il lavoro.
Prendiamo un altro esempio: come e dove si impara a coltivare un orto (o a gestire, domani, un’azienda agricola)? Sembra ridicolo dover pensare che un trentenne debba tornare al liceo agrario in mezzo ai quindicenni. In quale ambito un cittadino può essere incentivato a formarsi? Tutto ciò che esiste nel mondo del lavoro non è accessibile sotto forma di know-how aperto.
Il risultato di questo approccio è disarmante. Negli ultimi 50 anni, mentre il resto del mondo investiva sul capitale umano, l’Italia è retrocessa fino a diventare insignificante nello scacchiere competitivo. La colpa non è degli altri Paesi che hanno investito, sia chiaro; la colpa è della nostra resa.

La formazione all’uso degli strumenti, l’integrazione di più lavorazioni e soprattutto un prodotto finito sono il cuore della conoscenza. Per questo in italia sono nati negli anni molti FABLab e Makers-Lab, che poi purtroppo sono miseramente falliti per le stesse politiche sopra enunciate.
Mentre il resto del mondo cresceva, l’Italia cosa faceva?
Ricordo quando tenevo i corsi per l’Osfin di Confcommercio e per il Formart di Confartigianato. Parliamo del 1995. Arrivavano migliaia di ragazzi da ogni parte del mondo perché noi italiani eravamo considerati i veri pionieri. Eravamo gli “smanettoni” che avevano capito per primi come sfruttare gli escamotage tecnici e il web. Ricordo la formazione ai tecnici di San Patrignano, aiutandoli a trasformarsi in quella splendida realtà che sono oggi. C’era fame di sapere, c’era un ecosistema vivo.
Germania, Francia, Inghilterra, Polonia, Ungheria, tutti paesi che venivano a formarsi qui perché conveniva. Consentiva di unire al pacchetto qualche giorno di svago, un po’ di team building e un viaggio, tutto a spese della UE. Poi siamo entrati in Europa anche noi. A differenza loro non abbiamo usufruito del know-how degli altri paesi, non abbiamo neanche progettato la formazione continua di cui un paese necessita. Non ci siamo recati in Germania o Slovacchia per conoscere le tecniche che nel frattempo loro avevano imparato. Risultato? Loro si sono formati a vicenda, hanno creato joint venture e attirato capitali, investimenti. Mentre la nostra politica faceva affari con Camorra, Mafia, ‘ndrangheta, o peggio speculava sui cittadini.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti, sopratutto negli archivi dei tribunali. Nel frattempo abbiamo rubato il futuro ai giovani.
Il punto di vista dei giovani e il fattore tempo
Ipotizzate un ragazzo che ha tentato la strada proposta dai genitori o dalla scuola e ha fallito. Penso al geometra fermo al secondo anno, magari bocciato. Al perito turistico scontento dei metodi della sua scuola o degli insegnanti. Al liceale che non è stato supportato di fronte a evidenti problemi comportamentali o familiari.
Quante sono queste realtà in Italia che non trovano risposte? Ognuno di noi ne conosce a decine nella propria cerchia.

Ebbene, per loro restano pochissime opzioni.
Dal bighellonare in tutti quei centri commerciali che pagano le tasse all’estero.
All’inseguire un sogno effimero in qualche campo sportivo, o accettare un corso generico per magazzinieri.
Nella peggiore delle ipotesi, si affidano alla lotteria di LinkedIn, Indeed.
Magari a qualche conoscenza che li introduca nel mondo del lavoro senza alcuna competenza reale.
C’è chi protesta per un mondo migliore proprio nei luoghi che derubano loro il futuro. Tutto ciò ha una netta spiegazione e dei motivi chiari, espliciti, visibili a tutti, se solo ci fermassimo per pensarci seriamente.
L’età della ragione non è uguale per tutti, benché la legge pretenda di stabilirla per decreto. Continuando così, produciamo solo persone scontente della società. Questi alla fine si convinceranno a farsi piacere un lavoro qualunque, mentre il loro vero sogno rimarrà chiuso in un cassetto.
L’ipotesi del saper fare: perché il know-how apre la mente
Non siamo macchine a cui basta trasmettere una linea di codice per replicare una funzione [AI]. Per imparare a camminare impieghiamo 1, 2, anche 3 anni.
Poi non è scritto da nessuna parte che questo percorso di formazione porti a qualcosa. Nessuno garantisce che un percorso di formazione porti a un ritorno economico immediato. Potrei fare un semplice corso di maglia o di punto croce e non realizzare mai più un maglione in vita mia. Resta il fatto che quel know-how, quel saper fare con le proprie mani, apre a livello mentale nuovi collegamenti neuronali. Questi permetteranno in futuro di applicare quella flessibilità cognitiva in ambiti totalmente diversi. Il pensiero laterale. La funzione logica multilivello. Soprattutto l’apertura mentale di accettare e condividere realtà diverse.
«Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.»
La citazione originale è di Dante Alighieri (Inferno, Canto XXVI, versi 119-120), pronunciata da Ulisse.
La mia esperienza di docente
Nelle mie esperienze come docente posso annoverare Osfin, Formart, San Patrignano per Apple e l’Accademia di Belle Arti di Rimini.
Mi è capitato spesso di essere fermato per strada da perfetti sconosciuti, i quali ci tenevano a ringraziarmi per la formazione ricevuta anni prima. Persone che magari avevano anche poi cambiato totalmente settore, ma che riconoscevano in quelle vecchie applicazioni lo stimolo fondamentale per approfondire nuove tematiche.
Sentirsi uno scalino nella loro crescita personale offre una profonda consapevolezza del proprio impatto sociale (self-awareness). Al contempo porta a sentire un profondo disagio per tutti quelli che non sono stati raggiunti.
Proprio partendo da queste dinamiche ed eseperienze, tempo fa ho proposto al mio Comune e alla mia azienda di mettere a disposizione delle risorse. Sarebbe bastata una sala per formare persone di ogni età, avviandole a nuove competenze. La risposta? Il nulla più assoluto. In Italia non esiste una cultura della formazione continua, ma solo l’adempimento burocratico di quella obbligatoria.
Eppure sarei stato disposto a iniziare un percorso gratuito. Magari, se non proprio possibile la gratuità totale, richiedendo il solo pagamento delle spese di segreteria e assicurative. Tutto pur di costruire un progetto insieme all’ente ospitante.
Lo scopo era nobile: selezionare i più capaci per l’assunzione o proporre, agli elementi più entusiasti, corsi avanzati mirati in ambito informatico e tecnologico. E gli altri? Ricchezza comunque e magari il prossimo corso… chissà?
Chi, avendo nella propria città un circolo formativo permanente, non aderirebbe almeno a un percorso?
Io stesso sto aspettando che nei dintorni parta un corso di orticoltura o di maglia.
Una proposta concreta: gli Hub di Quartiere della Competenza
Dovremmo superare la frammentazione delle sigle e istituire Hub di Quartiere della Competenza. Perché è inutile avere un corso interessante per 100.000 persone potenziali, ma locato ogni 150 km.
Meglio itinerarlo in varie città di una regione o in un area più ristretta e poi decidere che farne. Tipo se evolverlo in corso specialistico o procedere ad un avviamento con altri fondi Europei.
Per fare questo basterebbe accorpare i centri formativi e creare enti unici, basati su progetti Europei. Iniziando proprio a formare personale per la progettazione. Centri legati ad un solo Ente Certificatore che offrano formazione pubblica, avanzata e accessibile a tutte le età. Solo così potremo tornare a competere, a produrre, a migliorarci e crescere, ad evolvere. Non è forse questo lo scopo profondo della vita?
Capisco che per i più contino solo crescita e produttività. Che per le logiche aziendali contino solo i numeri. Però senza una formazione adeguata e il passaggio generazionale del know-how, non può esserci alcuna attività sostenibile.
Non esistono imprese nate dal nulla: anche imparare a fare una ruota o accendere un fuoco richiede formazione. Esattamente come imparare a camminare è il frutto del sostegno e dell’amore di padri e madri.

Il costo della formazione
In fondo, quanto potrà mai costare alla comunità un’aula e un docente? Facciamo due conti rapidi: 75 euro per la sala, 50 euro di rimborso per il docente, 5 euro a persona per la segreteria e l’assicurazione.
Non credo che siano cifre improponibili per l’economia di un quartiere.
Vogliamo parlare delle istruzioni opinabili appese ovunque? Sommiamo tutte quelle spese inspiegabili di cui gli albi pretori dei Comuni sono drammaticamente pieni, comizi elettorali inclusi.
- Ne vengono sperperati molti di più per i finti autovelox e la manutenzione dei dossi artificiali.
- Come per i tagli degli alberi e per il relativo aumento delle temperature.
- Anche per far posto a nuovo asfalto che richiederà manutenzione continua dopo pochi mesi.
- Per strisce pedonali che si cancellano in trenta giorni.
- Per non parlare dei cartelli sovrapposti di divieti utili solo all’autovelox di cui sopra.
- Sai invece quanti manifesti per corsi ci verrebbero fuori abolendo o ottimizzando queste spese?
- Sai quante sale e docenti potrebbero spuntare improvvisamente fuori in tutto il paese?
Ma soprattutto in un bilancio dello Stato del 5% del P.I.L. destinato ad armamenti sai quanta formazione ne esce? C’è né per tutti.
I numeri del declino: i Paesi a confronto nella formazione
Di contro, quanto si guadagna in termini di conoscenza collettiva per ogni singola ora di lezione moltiplicata per il numero di partecipanti? Il valore è immenso. Gli altri Paesi lo hanno capito da tempo. Qui ci insegnano che la formazione ha un valore inestimabile. I dati globali (raggruppati nei database di Eurostat e dell’OCSE) mostrano chiaramente che formare è il vero motore della geopolitica economica:
- Tasso di alfabetizzazione degli adulti in Cina dal 1982 al 2020
- Istruzione in Russia – Statistiche 2026
- EU – Educational attainment statistics
- EU – Tertiary education statistics
- Review education policies and practices – Education GPS – OECD
- Istruzione a colpo d’occhio 2025
- Rapporto Draghi sulla competitività europea
Per capire dove si sta dirigendo il mondo, prendiamo un dato a campione estremamente significativo: il numero di laureati in ingegneria all’anno (dati storici comparati). I paesi presi ad esempio sogni gli unici ad avere dati pressoché completi.
Laureati in Ingegneria all’anno:
- Cina: 1,5 milioni
- Stati Uniti: 150.000
- Europa: 400.000 (Ingegneria pura) / 570.000 (Ingegneria e manifattura avanzata)
- Italia: 29.370 (1°livello) 26.669 (magistrale)
Se traduciamo questi numeri su base pro-capite, rapportandoli alla popolazione reale dei vari blocchi:
- Cina: 1,4 miliardi;
- USA: 340 milioni;
- UE: 450 milioni;
- Italia: 58 milioni
Ebbene, lo scenario che emerge è il seguente:
- Cina: un ingegnere all’anno ogni 938 abitanti (0,107% della popolazione)
- Stati Uniti: un ingegnere all’anno ogni 2.266 abitanti (0,044% della popolazione)
- Europa (UE): un ingegnere all’anno ogni 1.125 abitanti (0,088% della popolazione)
- Italia (1° livello): un ingegnere all’anno ogni 2.008 abitanti (0,044% della popolazione)
- Italia (Magistrale): un ingegnere all’anno ogni 2.212 abitanti (0,045% della popolazione)
Nota: L’Europa sembra difendersi bene rispetto agli USA nel volume totale. Sconta però una fortissima frammentazione interna del mercato e una costante fuga di cervelli verso l’estero, come evidenziato dal Rapporto sulla competitività europea.
Tutto questo cosa significa alla prova dei fatti? Significa che analizzare questi rapporti ci permette di leggere in anticipo il futuro dei vari Paesi. Se guardiamo dove sono registrati il maggior numero di brevetti mondiali sulle nuove tecnologie, si comprende anche il numero dei laureati di Cina, Corea, Giappone. Soprattutto perché sono i leader del mondo senza aver mai scatenato i loro eserciti negli ultimi 80 anni. Hanno imparato qualche lezione? Eppure la scuola della vita è stata uguale per tutti.
Questi dati sopra rappresentati non sono un semplice grafico scolastico: è lo schema scheletrale del nostro domani. Ci mostra dove si accumulerà l’innovazione. Illustra perfettamente quali economie guideranno le tecnologie di domani (come il fotovoltaico o l’automazione avanzata) e quali, invece, gestiranno un lento e inesorabile declino strategico.
Tu riesci già a vederlo oggi il futuro?
Il valore dimenticato del “Maestro” e della Bottega
Tralasciamo il trattamento economico e sociale mortificante che ricevono i docenti in Italia. C’è un errore culturale ancora più radicato: la figura del Maestro – intesa come guida e sblocco del potenziale – è oggi tragicamente sottovalutata dall’intero mondo accademico.
La storia ci insegna
La storia ci insegna e a noi basterebbe guardare il passato. Il progresso non è mai nato da programmi standardizzati o crocette su un foglio, ma dal passaggio diretto di competenze e visioni:
- Il Rinascimento italiano:
- Leonardo da Vinci non sarebbe esistito senza la bottega di Andrea del Verrocchio.
- Raffaello ha costruito la sua grandezza partendo dagli insegnamenti del Perugino.
- La letteratura universale:
- Dante riconosce in Brunetto Latini il maestro che gli insegnò «come l’uom s’etterna».
- Lo stesso Shakespeare è figlio di una fitta rete di contaminazioni teatrali e mentorship nella Londra elisabettiana.
- La rivoluzione scientifica e l’architettura:
- Galileo Galilei si è formato sull’eredità geometrica di Ostilio Ricci.
- Giganti del modernismo come Le Corbusier o Mies van der Rohe hanno affilato il loro ingegno nella “bottega” di Peter Behrens.
- L’era digitale:
- Persino la Silicon Valley si basa su questo. Steve Jobs riconosceva in Robert Friedland il mentore che gli ha insegnato la leadership e la percezione della realtà.
- Il successo planetario di Bill Gates si consolidò anche grazie alla storica collaborazione con Steve Jobs e Steve Wozniak: basti pensare che Excel nacque originariamente proprio sui computer Macintosh.
- Apple e Microsoft non sarebbero quelle che conosciamo oggi se non avessero imparato a loro volta dagli errori di Xerox.
- Lo stesso Jobs ha poi fatto da guida a Mark Zuckerberg nei primi, difficili anni di Facebook.
Imparare è quindi una catena. Un insieme di processi, una sorta di collegamento progressivo fatto di errori e condivisione. Vedere gli errori altrui aiuta a non produrne di nostri. Vedere i successi altrui insegna ad imitare, ma anche a capire ciò che vogliamo e cosa non vogliamo. Un ambiente di lavoro che ci forma da soli, al massimo con qualche collega, può aiutare, certo. Ma non sarà mai una classe di persone attente perché motivate.
La formazione italiana
Oggi le università e gli enti formativi hanno trasformato l’istruzione in una catena di montaggio burocratica. Abbiamo sostituito la “Bottega” – il luogo dove si ruba il mestiere con gli occhi, si sbaglia e si crea – con aule impersonali. Luoghi in cui si somministrano nozioni preconfezionate e attività (forse) al terzo anno.
Quando si propone di aprire spazi formativi nei Comuni o nelle aziende, l’obiettivo non è fare “lezioni”, ma ricreare la Bottega contemporanea. Serve un luogo deputato a creare (sbagliando). Un’area dove chi ha vent’anni di esperienza in fabbrica, in cantiere o nel software possa farsi Maestro. Utile soprattutto per le nuove generazioni, trasmettendo il “sapere” attraverso il “saper fare”, ma anche per chi ha acquisito esperienze tali da doversi specializzare. Se smettiamo di valorizzare chi tramanda la conoscenza, smettiamo semplicemente di generare futuro.
Chiaramente questo concetto di fare e creare sbagliando non può essere associato alla realtà produttiva. Non puoi permettere ad un chirurgo alle prime armi di sbagliare per fare formazione. Nemmeno ad un elettricista di giocare con la 380 volt o con 50 Ah. Tantomeno ad un ingegnere di giochicchiare con le funzionalità di rete. Serve il laboratorio di formazione ed è ciò che manca in tutte le realtà occidentali al di fuori dei centri universitari specializzati.
E oggi è subentrato un nuovo nemico della condivisione del sapere: le nuove leve costano necessariamente di più dell’IA in molti ambiti. Professionisti ad imprese preferiscono destinare piccoli budget all’IA piuttosto che assumere e formare un nuovo dipendente. Questo principalmente per tutti i problemi del caso che ciò spesso comporta. Mentre l’IA, nonostante tutto, per quanto poco competente e prodiga di “Scusa” e “Hai ragione”, risulta essere più produttiva e meno costosa in tutti i termini di paragone.
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