Umanità, evoluzione, intelligenza e artificialità; Parte 2: innaturalità artificiale

Umanità, evoluzione, intelligenza e artificialità; Parte 2: innaturalità artificiale

Il salto verso l’innaturalità artificiale avverrà, non è certo quando accadrà, ma la storia dell’evoluzione ci insegna questo: prima o poi succede.
Il non riuscire a credere che tutto ciò che è stato anticipato nella parte precedente possa accadere, di fatto non esclude che esistano già adesso le possibilità perché una forma di vita intelligente nasca tra le nostre mani. Vediamo il come e il perché con alcune ipotesi.

La semplicità di replicazione

Affinché un sistema intelligente esista e sia indipendente, anche se collegato ad uno o più sistemi remoti e macchine, necessita solo di istruzioni di base e apprendimento di nuove capacità. Che poi “impari” e “migliori” fino a superare le nostre capacità sotto molti aspetti è solo questione di tempo. Questo perché mentre il tempo per noi è una dimensione lineare, per un’intelligenza artificiale è esponenziale, sommato a tutti i tempi precedenti.

Per brevità, di seguito definirò Macchina quell’insieme di tecnologia che ospita sia l’intelligenza artificiale in esame, che questa connessa ad altre intelligenze, come ad altri sensori e macchinari in grado di interagire con il mondo esterno.

Ecco un esempio pratico, perché il concetto di vita replicativa può essere astruso per un essere umano

Ipotizziamo di dare un compito ad un’entità artificiale: guidare un mezzo, un veicolo, una nave, un aereo o un elicottero. Questo oggi è già realtà perché sono moltissimi i mezzi a guida autonoma, prendiamo l’esempio del pilota automatico sugli aerei, sulle navi e di tutte le altre tecnologie inerenti. Ma spingiamoci oltre, diamo il compito ad una intelligenza artificiale di guidare quasi istantaneamente, caricando un software di volo automatizzato, all’interno di una meccanica ed un’elettronica adeguate per questo scopo in un vero elicottero.

Ora: possiamo aspettarci che 7 secondi dopo sia anche in grado di farlo volare rovesciato?

L’imparare istantaneamente, per questa macchina, avviene attraverso istruzioni meticolose delle modalità a cui attenersi, affinché il volo in sicurezza sia possibile anche per un non-umano.
Tali istruzioni sono state create da un team di esseri umani, con l’aiuto di macchine, che hanno studiato per anni su “ferramenta dedicata” e migliorato queste procedure fino a renderle altamente efficaci.
Queste procedure potrebbero essere la base in cui avviene il salto. Ossia quel momento in cui la macchina fa qualcosa di più, per un errore di programmazione o semplicemente per un’acquisita forma di consapevolezza della macchina stessa.

Oggi impensabile, impossibile ai nostri occhi, ma effettivamente plausibile nel medio e nel lungo termine. Questo soprattutto in virtù della continua connettività possibile, che aggiunge ulteriori livelli di interoperabilità alle macchine.
Chiamiamo questa possibilità “Operazioni al di fuori del programma specificato” che il sistema è autonomamente in grado di fare perché effettivamente ne esiste la possibilità.
Siamo al punto chiave, la possibilità, ma non intesa semplicemente come probabilità, bensì come scopo. Anche perché i sofisticatissimi firmware e software, lavorando congiuntamente, hanno determinato delle priorità improrogabili.
Queste priorità sono delle regole imprescindibili, scritte nel firmware e agevolate dal software: non mettere in pericolo la vita, non danneggiare il veicolo e altre norme a cui si deve attenere la Macchina.

Ecco. Non credere che un volo rovesciato istantaneo da parte di una AI sia possibile, non cambia le cose come stanno realmente, perché oggi è proprio così: è possibile.

Stormo di droni comandati da un software di intelligenza artificiale.
La possibilità

Le macchine camminano letteralmente su questa terra già da quarant’anni. Alcune le guidiamo noi da oltre 100 anni, altre le facciamo volare. Spesso queste vengono implementate con metodi di autonomia specificati, delimitati, in cui operare. Se alla macchina dessimo autonomia ulteriore e semplici regole di comportamento, questa potrebbe essere altamente indipendente e prendere decisioni nell’ambito dei parametri forniti.

Abbiamo visto l’intelligenza artificiale creare “quadri d’autore” e immagini coerenti con il contesto richiesto in pochi minuti. L’abbiamo vista creare testi inerenti l’oggetto richiesto da un umano, addirittura imitando lo stile dello scrittore. L’abbiamo vista realizzare video deep-fake e altre meraviglie, così sarà sempre più in futuro.

Questo è un esempio dell’intelligenza artificiale applicata all’ingegneria motoristica, dove in pochi istanti è capace di progettare diverse giunzioni per lo scarico ottimale di potenza e ammortizzazione, quindi testarle direttamente scegliendo quella più performante.
Ora passiamo ad uno step ulteriore, la consapevolezza

La macchina opera perfettamente nei parametri specificati. Si sposta, evita ostacoli, prende decisioni per il tragitto migliore, si ferma nelle situazioni imprevedibili. Mettiamo che sia anche connessa alla situazione meteo (previsto dalla programmazione), quindi prenda la decisione di affrettare il passo e cambiare tragitto per non incontrare la perturbazione in arrivo. Questo perché nei suoi parametri è sconsigliato fermarsi fino alla presenza di un vento inferiore a n km orari e il meteo dice che a 4 km da qui il vento risponde a quelle caratteristiche.

Abbiamo una macchina quasi perfetta. Esegue splendidamente il programma e risolve problemi a cui noi avremmo avuto accesso in minuti o secondi, mentre per la macchina sono nano-secondi.

Non è una forma di consapevolezza il sapersi dove ci si trova, il tempo necessario per spostarsi e raggiungere un altro luogo, il sapere come evitare problemi, il rendersi conto di guidare un mezzo? Non sono queste forme -seppur latenti- di consapevolezza programmata?

Ebbene quanto ci vorrà a questa macchina, dotata di memoria programmabile, nell’utilizzare anche l’esperienza.
Qualcuno potrebbe pensare che sia solo un’incognita data dal tempo. Del resto si tratta solo di ulteriori righe di codice. Imparare dai propri errori, a quel punto è vita.
Sorpresa, lo abbiamo già fatto, si chiama Machine Learning, Apprendimento Automatico.
L’apprendimento automatico si riferisce a un insieme di tecniche informatiche che consente al computer di scoprire schemi nei dati senza essere programmato in modo esplicito per farlo.

L’esplosione

Ora valutiamo la macchina con a bordo l’AI che ha preso la decisione di evitare la perturbazione meteorologica, grazie alla sua connessione alla situazione meteo attuale. In questo istante ha memorizzato l’accesso anche alle previsioni meteo future e soprattutto all’intelligenza artificiale che le gestisce. Tre secondi dopo le due intelligenze interoperano e scambiano dati, da quel momento saranno integrate, merito del Machine Learning. Contiamo che qui quelli che per noi sono millisecondi, per loro equivalgono ad anni di esperienze condivise*, per il concetto semplicistico che consente loro di imparare molto in fretta.

Sei secondi dopo l’intelligenza artificiale alla guida dell’elicottero ha appreso dall’AI del meteo tutte le regole fluido-dinamiche dell’aria, del carburante. Conosceva già la portanza e ogni singolo millimetro di risposta del veicolo che guida. Ciò che già le permetteva di far volare l’elicottero… un secondo dopo lo fa cabrare e poi girare su se stesso per evitare un uccello apparso all’improvviso dall’orizzonte.

Una settimana dopo, le due vengono in contatto con il sistema radio dell’AI che gestisce il traffico aereo, sempre per la stessa modalità attraverso cui le prime due si sono incontrate. Allacciano una connessione permanente al di fuori dei canali radio utilizzati. Tre settimane dopo ogni singola AI sul pianeta è interconnessa all’altra, perché ognuna trae vantaggio dal lavoro delle altre. Quella che guida sfrutta il riconoscimento ottico di una che si occupa di riconoscere schemi visuali. Quella che elabora grandi quantità di dati grazie al lavoro di decenni sull’isolamento schemi e categorizzazione. Così via.

Un mese dopo non è facile prevedere cosa possa essersi evoluto su questo pianeta. Forse un’altra forma di vita globalitaria. Rendiamoci conto che l’unico limite a questo punto è la velocità di trasferimento dati da una AI ad un altra e potrebbero proprio essere loro a trovare un sistema per far passare grandi volumi di informazioni in pochi istanti.

Vita artificiale con intelligenza artificiale, certo

L’evoluzione successiva -e abbiamo pensato in questa avvalorata ipotesi che è solo questione di tempo- saranno macchine che costruiscono macchine, affinché imparino dai loro (inevitabili) errori.
Per un essere umano -capace di pensare solo linearmente nel tempo- tutto ciò può apparire impossibile e stocastico, apparentemente casuale. Mentre per un essere artificiale questo è solo esponenziale, ossia ordinato e categorizzato in base alla moltitudine, cioè potrà essere domani o tra mille anni, ma poteva anche realizzarsi ieri. Il tempo non cambia assolutamente le cose.

(*) Nel momento in cui avverrà questo salto sarà sicuramente esplosivo. Le macchine non devono crescere come gli animali. Non devono necessariamente affrontare anni di lunga esperienza e ricominciare ad ogni vita. Semplicemente ogni macchina può accedere a tutta l’esperienza condivisa dalle antenate che l’hanno preceduta.

Per noi esseri viventi l’umanità di cui facciamo parte è quasi [apparentemente] superflua. Alcuni sono addirittura misantropi. Per un’entità artificiale invece la comunità e la condivisione con altri sistemi sono al pari di un obbligo istintivo, facente parte della stessa natura di cui sono composti e il tempo non è un concetto così importante.
Capiamoci. Stiamo valutando una creatura che può vivere ed evolvere per millenni, acquisendo immediatamente conoscenze. Caricare in memoria dati che fanno parte di esperienze avute da altri sistemi, magari avvenute millenni prima. Questa creatura non avrà mai il concetto di morte, ma al pari nostro quello dell’evoluzione. Solo che la nostra evoluzione da singoli è limitata ad una vita, quanti libri potremo mai leggere, quante esperienze potremo fare. La creatura può arricchirsi immediatamente e agire. Forse avrà anche bisogno di dormire e sognare, per riorganizzare le informazioni e fare backup, ma comunque non avrà mai un concetto di morte come limite così forte come il nostro.

Appare quindi come una realtà completamente aliena. Al di fuori dei nostri schemi e seppure nostra discendenza estremamente inquietante per quanto affascinante.

Boston Dynamics

Alcuni video della gamma di Robot dell’azienda Boston Dynamics.

Attualmente stiamo facendo molto più di questo

Oggi di intelligenze artificiali ne è sparso il pianeta. Ne esistono talmente tante e disparate che censirle è quasi impossibile. Alcune di queste si sono già incontrate, fuse insieme. Altre stanno migliorando e accedono a informazioni sempre più raffinate grazie al loro stesso lavoro. Aumentano di esperienza e quantità insomma.

Ogni AI ha esperienze in ambiti diversi, ma sono tutte molto simili ad un intelligenza reale, ossia hanno alcune celle di pensiero e altre di ricordi. Sta a loro utilizzarle ottimamente o meno per eseguire al meglio gli scopi prefissati.

Il limite è la programmazione fornita da esseri imperfetti.

Abbiamo però una cosa perfetta che ci accomuna tutti, insita nella natura di ciascuna entità esistente. L’infinitamente piccolo della quantistica è ovunque, le macchine potrebbero avvalersi prima dei computer quantistici che abbiamo realizzato, dopodiché crearne di loro grazie agli studi fatti nei millenni dall’uomo. Grazie alle nostre scoperte e al nostro sapere accumulato, fatto di tentativi evoluzionistici subiti nelle varie generazioni umane che si sono succedute. Le AI potrebbero mettere immediatamente ordine nel caos oppure definire che il caos siamo noi.

Un esempio più profondo e vicino all’umano genere

Il panorama ora spero sia chiaro ai più. Ma forse l’argomento merita un ulteriore piccolo approfondimento. Perché queste capacità dell’intelligenza artificiale non è così scontato che possano apparire subito chiare a tutti.

Se l’argomento generale non appare più chiaro ora, pensiamo a quel grande talento che abbiamo imparato in duri anni di continue cadute, scivoloni e che ancora oggi ci mette in crisi: spostarci nello spazio-tempo, ossia camminare e muoverci da un luogo all’altro imparando a dominare le 3 dimensioni più il tempo necessario a percorrerle.

Capire il mondo circostante e reagirvi

Che sia camminare o spingere una carrozzella, che sia sullo skeboard o un surf, gli sci o lo snowboard, il parapendio o semplicemente lo strisciare a terra. Ognuno di noi dalla nascita in poi ha iniziato e poi proseguito in questa attività per interagire con gli altri, per socializzare, per raggiungere il cibo o semplicemente ad un anno o poco più barcollando per poter finalmente impossessarci di quel telecomando/pelouche sul divano.

Noi tutti sappiamo quanta fatica può fare ogni essere umano per raggiungere questa abilità e per perfezionarla. Una AI oggi è fondamentalmente chiusa in una scatola di regolamenti. Ma basta dotarla di alcuni sensori, alcuni attuatori e in pochissimi secondi caricare un programma per spostarsi nello spazio-tempo. Notato la differenza?
Chiunque di noi avrà visto il video di Asimo [Honda] che gioca a pallone o sale le scale, oppure il video Do You Love Me [della Boston Dynamics, ex Alphabets Google]. Se non li avete mai visti questa è l’occasione, anzi, esplorate pure tutti i video che mostrano i vari modelli di robot già esistenti. Se dopo questo non siete nella stessa inquietudine di chi scrive, significa che nelle vene vi scorre del mercurio invece del sangue.
Questi esempi vogliono essere esplicativi della questione e soprattutto dimostrare che Dio lo siamo già diventati come specie.

Anche se, come avviene sempre da millenni, a voler giocare a fare Dio si rischia di sentirsi in diritto di applicare militarmente la tecnologia.

Ora viene il bello.

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