(In corso:) Con urgenza, identità digitale cercasi!

(In corso:) Con urgenza, identità digitale cercasi!

Identità digitale cercasi urgentemente: magari prima che ne nasca una totalmente indipendente

L’AI che ci aspettiamo nasca dopo il Web3, dentro il metaverso che ci aspetta, potrebbe essere in grado di leggere in chiaro i dati nelle blockchain. Intendo che potrà fare anche questo, proprio perché potrà entrare come un coltello nel burro in tutte le nostre decentralizzazioni.

Aspetta aspetta, blockchain, Web3, metaverso? E cosa è un’AI? Entrare dove?

Una premessa è necessaria. Per chi si consuma la giornata allegramente altalenandosi sulle liane della vita, essendo stato lontano dalle fonti informative e sfuggendo per intero il significato dell’acronimo AI o IA [in inglese Artificial Intelligence e in italica lingua Intelligenza Artificiale]. Ma anche per chi conosce profondamente i temi citati ed ha bisogno di un ripassino veloce. Per questo motivo ho espanso alcuni argomenti, utili a capire e definire la natura e il significato di questa apparentemente mitica creatura che ci aspetta nei nostri futuri giorni.

Qui sotto è presente uno spazio in cui viene argomentata la creatura e chiarita l’associazione tra questi estremi; Umanità, evoluzione, intelligenza e artificialità; Approfondimento sulle intelligenze artificiali.

Il salto avverrà, non è certo quando, ma la storia dell’evoluzione ci insegna questo: prima o poi succede

Faccio un esempio pratico perché il concetto può essere astruso per alcuni.
Il non riuscire a credere che tutto ciò che è stato anticipato nella sezione precedente possa accadere, di fatto non esclude che esistano già adesso le possibilità affinché una macchina intelligente esista, che poi “impari” e “migliori” fino a superare le nostre capacità sotto molti aspetti.

Ipotizziamo di dare un compito ad un’entità artificiale: guidare quasi istantaneamente un elicottero.
Ora possiamo aspettarci che 7 secondi dopo sia anche in grado di farlo volare rovesciato?

L’imparare istantaneamente, per questa macchina, avviene attraverso istruzioni meticolose delle modalità a cui attenersi affinché il volo in sicurezza sia possibile anche per un non-umano. Tali istruzioni sono create da un team di esseri umani che hanno studiato per anni e migliorato queste procedure fino a renderle altamente efficaci. Queste procedure potrebbero essere il salto in cui la macchina fa qualcosa di più, per un errore di programmazione o semplicemente per un’acquisita forma di consapevolezza della macchina stessa.

Oggi impensabile, impossibile ai nostri occhi, ma effettivamente plausibile nel lungo termine. Questo soprattutto in virtù della continua connettività possibile, che aggiunge ulteriori livelli di interoperabilità alle macchine. Operazioni al di fuori del programma specificato che la macchina autonomamente è in grado di fare perché effettivamente ne esiste la possibilità.

Ecco. Non credere che questo sia possibile, non cambia le cose come stanno realmente, perché oggi è proprio così: è possibile

Le macchine camminano letteralmente su questa terra già da quarant’anni. Alcune le guidiamo noi da oltre 100 anni, altre le facciamo volare. Spesso queste vengono implementate con metodi di autonomia specificati, delimitati, in cui operare. Se alla macchina dessimo autonomia ulteriore e semplici regole di comportamento, questa potrebbe essere altamente indipendente e prendere decisioni nell’ambito dei parametri forniti.

Ora passiamo ad uno step ulteriore, la consapevolezza

La macchina opera perfettamente nei parametri specificati. Si sposta, evita ostacoli, prende decisioni per il tragitto migliore, si ferma nelle situazioni imprevedibili. Mettiamo che sia anche connessa alla situazione meteo (previsto dalla programmazione), quindi prenda la decisione di affrettare il passo e cambiare tragitto per non incontrare la perturbazione in arrivo. Questo perché nei suoi parametri è sconsigliato fermarsi fino alla presenza di un vento inferiore a n km orari e il meteo dice che a 4 km da qui il vento risponde a quelle caratteristiche.

Abbiamo una macchina quasi perfetta. Esegue splendidamente il programma e risolve problemi a cui noi avremmo avuto accesso in minuti o secondi, mentre per la macchina sono nano-secondi.

Non è una forma di consapevolezza il sapersi dove ci si trova, il tempo necessario per spostarsi e raggiungere un altro luogo, il sapere come evitare problemi, il rendersi conto di guidare un mezzo? Non sono queste forme -seppur latenti- di consapevolezza programmata?

Ebbene quanto ci vorrà a questa macchina, dotata di memoria programmabile, nell’utilizzare anche l’esperienza.
Qualcuno potrebbe pensare che sia solo un’incognita data dal tempo. Del resto si tratta solo di ulteriori righe di codice. Imparare dai propri errori, a quel punto è vita.
Sorpresa, lo abbiamo già fatto, si chiama Machine Learning, Apprendimento Automatico.
L’apprendimento automatico si riferisce a un insieme di tecniche informatiche che consente al computer di scoprire schemi nei dati senza essere programmato in modo esplicito per farlo.

L’esplosione

Ora valutiamo la macchina con a bordo l’AI che ha preso la decisione di evitare la perturbazione meteorologica, grazie alla sua connessione alla situazione meteo attuale. In questo istante ha memorizzato l’accesso anche alle previsioni meteo future e soprattutto all’intelligenza artificiale che le gestisce. Tre secondi dopo le due intelligenze interoperano e scambiano dati, da quel momento saranno integrate, merito del Machine Learning. Contiamo che qui quelli che per noi sono millisecondi, per loro equivalgono ad anni di esperienze condivise*, per il concetto semplicistico che consente loro di imparare molto in fretta.

Sei secondi dopo l’intelligenza artificiale alla guida dell’elicottero ha appreso dall’AI del meteo tutte le regole fluido-dinamiche dell’aria, del carburante. Conosceva già la portanza e ogni singolo millimetro di risposta del veicolo che guida. Ciò che già le permetteva di far volare l’elicottero… un secondo dopo lo fa cabrare e poi girare su se stesso per evitare un uccello apparso all’improvviso dall’orizzonte.

Una settimana dopo, le due vengono in contatto con il sistema radio dell’AI che gestisce il traffico aereo, sempre per la stessa modalità attraverso cui le prime due si sono incontrate. Allacciano una connessione permanente al di fuori dei canali radio utilizzati. Tre settimane dopo ogni singola AI sul pianeta è interconnessa all’altra, perché ognuna trae vantaggio dal lavoro delle altre. Quella che guida sfrutta il riconoscimento ottico di una che si occupa di riconoscere schemi visuali. Quella che elabora grandi quantità di dati grazie al lavoro di decenni sull’isolamento schemi e categorizzazione. Così via.

Un mese dopo non è facile prevedere cosa possa essersi evoluto su questo pianeta. Forse un’altra forma di vita globalitaria. Rendiamoci conto che l’unico limite a questo punto è la velocità di trasferimento dati da una AI ad un altra e potrebbero proprio essere loro a trovare un sistema per far passare grandi volumi di informazioni in pochi istanti.

Vita artificiale con intelligenza artificiale, certo

L’evoluzione successiva -e ripeto è solo questione di tempo- saranno macchine che costruiscono macchine, affinché imparino dai loro (inevitabili) errori.
Per un essere umano -capace di pensare solo linearmente nel tempo- tutto ciò può apparire impossibile e stocastico, apparentemente casuale. Mentre per un essere artificiale questo è solo esponenziale, ossia ordinato e categorizzato in base alla moltitudine, cioè potrà essere domani o tra mille anni, ma poteva anche realizzarsi ieri. Il tempo non cambia assolutamente le cose.

(*) Nel momento in cui avverrà questo salto sarà sicuramente esplosivo. Le macchine non devono crescere come gli animali. Non devono necessariamente affrontare anni di lunga esperienza e ricominciare ad ogni vita. Semplicemente ogni macchina può accedere a tutta l’esperienza condivisa dalle antenate che l’hanno preceduta.

Per noi esseri viventi l’umanità di cui facciamo parte è quasi [apparentemente] superflua. Alcuni sono addirittura misantropi. Per un’entità artificiale invece la comunità e la condivisione con altri sistemi sono al pari di un obbligo istintivo, facente parte della stessa natura di cui sono composti e il tempo non è un concetto così importante.
Capiamoci. Stiamo valutando una creatura che può vivere ed evolvere per millenni, acquisendo immediatamente conoscenze. Caricare in memoria dati che fanno parte di esperienze avute da altri sistemi, magari avvenute millenni prima. Questa creatura non avrà mai il concetto di morte, ma al pari nostro quello dell’evoluzione. Solo che la nostra evoluzione da singoli è limitata ad una vita, quanti libri potremo mai leggere, quante esperienze potremo fare. La creatura può arricchirsi immediatamente e agire. Forse avrà anche bisogno di dormire e sognare, per riorganizzare le informazioni e fare backup, ma comunque non avrà mai un concetto di morte come limite così forte come il nostro.

Appare quindi come una realtà completamente aliena. Al di fuori dei nostri schemi e seppure nostra discendenza estremamente inquietante per quanto affascinante.

Attualmente stiamo facendo molto più di questo

Oggi di intelligenze artificiali ne è sparso il pianeta. Ne esistono talmente tante e disparate che censirle è quasi impossibile. Alcune di queste si sono già incontrate, fuse insieme. Altre stanno migliorando e accedono a informazioni sempre più raffinate grazie al loro stesso lavoro. Aumentano di esperienza e quantità insomma.

Ogni AI ha esperienze in ambiti diversi, ma sono tutte molto simili ad un intelligenza reale, ossia hanno alcune celle di pensiero e altre di ricordi. Sta a loro utilizzarle ottimamente o meno per eseguire al meglio gli scopi prefissati.

Il limite è la programmazione fornita da esseri imperfetti.

Abbiamo però una cosa perfetta che ci accomuna tutti, insita nella natura di ciascuna entità esistente. L’infinitamente piccolo della quantistica è ovunque, le macchine potrebbero avvalersi prima dei computer quantistici che abbiamo realizzato, dopodiché crearne di loro grazie agli studi fatti nei millenni dall’uomo. Grazie alle nostre scoperte e al nostro sapere accumulato, fatto di tentativi evoluzionistici subiti nelle varie generazioni umane che si sono succedute. Le AI potrebbero mettere immediatamente ordine nel caos oppure definire che il caos siamo noi.

Un esempio più profondo e vicino all’umano genere

Il panorama ora spero sia chiaro ai più. Ma forse l’argomento merita un ulteriore piccolo approfondimento. Perché queste capacità dell’intelligenza artificiale non è così scontato che possano apparire subito chiare a tutti.

Se l’argomento generale non appare più chiaro ora, pensiamo a quel grande talento che abbiamo imparato in duri anni di continue cadute, scivoloni e che ancora oggi ci mette in crisi: spostarci nello spazio-tempo, ossia camminare e muoverci da un luogo all’altro imparando a dominare le 3 dimensioni più il tempo necessario a percorrerle.

Capire il mondo circostante e reagirvi

Che sia camminare o spingere una carrozzella, che sia sullo skeboard o un surf, gli sci o lo snowboard, il parapendio o semplicemente lo strisciare a terra. Ognuno di noi dalla nascita in poi ha iniziato e poi proseguito in questa attività per interagire con gli altri, per socializzare, per raggiungere il cibo o semplicemente ad un anno o poco più barcollando per poter finalmente impossessarci di quel telecomando/pelouche sul divano.

Noi tutti sappiamo quanta fatica può fare ogni essere umano per raggiungere questa abilità e per perfezionarla. Una AI oggi è fondamentalmente chiusa in una scatola di regolamenti. Ma basta dotarla di alcuni sensori, alcuni attuatori e in pochissimi secondi caricare un programma per spostarsi nello spazio-tempo. Notato la differenza?
Chiunque di noi avrà visto il video di Asimo [Honda] che gioca a pallone o sale le scale, oppure il video Do You Love Me [della Boston Dynamics, ex Google]. Se non li avete mai visti questa è l’occasione, anzi, esplorate pure tutti i video che mostrano i vari modelli di robot già esistenti. Se dopo questo non siete nella stessa inquietudine di chi scrive, significa che nelle vene vi scorre del mercurio invece del sangue.
Questi esempi vogliono essere esplicativi della questione e soprattutto dimostrare che Dio lo siamo già diventati come specie.

Ora viene il bello.

Ampliamo i nostri orizzonti

Siamo circa 8 miliardi di persone su questo pianeta. Questo è chiaro e appurato, ma attenzione, siamo consapevoli di cosa significhi? Per certo esiste chi addirittura non crede a questo censimento. Come è vero che c’è chi non ha idea di cosa questo comporti. Vediamo un attimo di tradurre per tutti.

Solitamente facciamo gli gnorri davanti a questo numero. So che siamo tutti abituati a sentir parlare di miliardi, ma non ci rendiamo veramente conto dell’esponenzialità.
Bene, ipotizziamo di voler dedicare un minuto a testa per far dire la propria alla TV a ciascun terrestre.
Ebbene, ci vorrebbero oltre 15 mila anni di trasmissione continua, giorno e notte. Ecco quanto sono 8 miliardi.
Un minuto per 8 miliardi fa 8 miliardi di minuti. Divisi per 60 minuti, 24 ore, 365 giorni = 15.220 anni. Nel frattempo sarebbero nati altri 95.000 bambini al giorno, quindi la trasmissione non sarebbe solo infinita, ma sempre in debito.

( 8.000.000.000 di minuti per persona / 60 minuti ) = 133.333.333,33 ore
( 133.333.333,33 ore / 24 ore di un giorno ) = 5.555.555,55 giorni
( 5.555.555,55 giorni / 365 giorni di un anno ) = 15.220,70 anni
In 15 mila anni, ai ritmi odierni, nascerebbe un altro miliardo e mezzo di umani…

Le risorse per tutti

Consumiamo risorse per 8 miliardi, per carità, ci mancherebbe. Potremmo fare meglio, ma “ci accontentiamo di poco”, peccato che questo pianeta abbia “risorse infinite” per meno di 3 miliardi di umani con questi ritmi di consumo. Aria [ossigeno] sempre più rarefatto. Foreste che scompaiono in favore della desertificazione, del mobilio e del caminetto. Campi coltivati con culture intensive a perdita d’occhio e allevamenti giganteschi per i 170 miliardi di animali da macello che servono ogni anno per sfamare gli 8 di cui sopra. L’acqua dal prossimo secolo sarà una rarità e scordatevi le automobili o i carburanti. More to come.

Gli scopi attuali dell’AI

Nel primo istante ciò che serve, che si promette all’economia, è il miraggio di risolvere grandi problemi con piccoli costi. Ed ecco che sopraggiunge l’intelligenza artificiale in grado di affrontare enormi quantità di informazioni [big-data] con una logica preordinata.
Per questo scopo abbiamo creato programmi. Componenti software che girano su un hardware [della ferramenta elettronica] in grado di affrontare miliardi di soluzioni al secondo.
Questi software li abbiamo continuamente migliorati e ottimizzati sino a renderli para-intelligenti, ossia in grado di creare connessioni con il mondo esterno e prendere decisioni sulla base di sensori, archivi di esempi, dati in grande quantità, utili tutti ad un unico scopo: governare. Parti di codice ottimizzato che dialogano tra loro e si adattano meglio alle situazioni. L’evoluzione di questi codici è continua.

Li abbiamo creati a nostra immagine e somiglianza

Queste IA sono semplicemente un fabbisogno agli scopi della nostra natura. Per questo a nostra immagine e somiglianza.
Immaginiamo di utilizzare questi software per governare i voli di linea, il traffico dei treni, dei semafori per ottimizzare il traffico automobilistico e consumare molta meno energia, oltre a ridurre l’inquinamento, in tutti i tipi di trasporti. Progettare strade più sicure, ma anche mezzi più comodi, meno pericolosi e più performanti. Così anche per prevedere i consumi di grano, di barbabietole, di qualunque ortaggio e risorsa, in modo da ridurre al minimo gli sprechi e fornire comunque cibo per tutti.

Se 8 miliardi di persone devono mangiare quotidianamente almeno un pasto, non possiamo allo stesso tempo permetterci che qualche centinaio di migliaia di agricoltori nel mondo, fallisca ogni anno perché produce più del necessario. Questi calcoli sono pressoché infiniti da fare e un team preparato di umani ci metterebbe anni ad ottimizzare i processi, forse decenni o un secolo. Nel frattempo quanti agricoltori falliranno? Ne resteranno abbastanza per procedere con l’ottimizzazione? Quindi una AI in pochissimo tempo potrebbe calcolare con ottimistica previsione tutto il fabbisogno di un anno e pianificare alla perfezione cosa piantare. Non avremmo più grandi numeri di agricoltori con scorte di cibo a marcire e nessuno rimarrebbe a bocca asciutta.

Ora viene ancora meglio definita l’intelligenza artificiale, per i suoi scopi. L’utilizzo delle AI però non termina qui, il loro scopo è molto più grande.

Una casa in fiamme diverrà presto disabitata?

A questi ritmi però, aiutata anche dall’ottimizzazione delle AI, l’umanità conoscerà periodi floridi e produttivi. Sia evolutivamente parlando che nel senso proprio della parola prolifico. Il benessere porterebbe altri umani, in numeri improponibili per l’insignificante pianetino blu, terza roccia dal Sole.
Altri umani in numero quantitativamente significante vorrebbero dire altre risorse, che il pianeta già non ha.
La stessa AI può creare condizioni economiche e sociali in grado di contenere il problema. Non dico nulla a tale proposito, mi pare chiaro a questo punto a che mi sto riferendo.
In ogni caso prima o poi il numero raggiungerà quel punto critico per cui non sarà più igienico restare qui. La sovrappopolazione è una questione molto controversa e dibattuta da anni nelle sedi opportune.
A pena di carestie e altri enormi problemi che possono affliggere il pianeta, ci sono anche questioni etiche. Non possiamo lasciare ai nostri posteri dei deserti, tantomeno un’economia talmente stringente da limitare non solo i piaceri della vita ma anche esasperare i doveri, pena la maledizione delle generazioni a venire, la cui depressione e frustrazione arriverebbe alle stelle.

Ecco quindi che alle stelle ci andiamo per cercare nuove case.
Serve presto un altro pianeta, è indubbio. Andare sulla Luna ci ha consentito di esplorare lo spazio e confermare tantissime teorie scientifiche. Ora viene il momento di mettere in pratica questa nostra esperienza. Iniziando dalla colonizzazione del pianeta più vicino a noi.
Elon Musk non è che stia tentando di colonizzare Marte per chissà quale vezzo, è un’organizzazione molto più ampia di ciò che possiamo pensare. Nel frattempo abbiamo scoperto migliaia di pianeti, alcuni abitabili e pochi molto simili alla terra.
Solo che per raggiungere il primo più vicino servirebbero alcune vite. Per raggiungere quello ideale ne servirebbero almeno 200 di vite (i famosi 15 mila anni di cui sopra). Nel frattempo di questo passo sul pianeta avremmo finito tutto, ci saremmo mangiati anche l’ultima fogliolina e saremmo oltre i 10,5 miliardi (limite oltre il quale non c’è più nulla di cui cibarsi). Improponibile. Tutto questo spiega molte cose della nostra contemporaneità, ma apre un milione di domande.

Inoltre inviare famiglie nello spazio alla colonizzazione di altri mondi, pur avendo chissà che motori e scorte di carburanti, servirebbero vivande per i 200 anni, per tutti, senza scadenza. Ancora più improponibile.

Ecco che diventa assolutamente necessaria un’intelligenza artificiale senza i limiti temporali e di vivande da portarsi dietro. Ma non è solo questo chiaramente.

La colonizzazione richiede specialità impossibili per l’essere umano, ma molto difficili anche per delle macchine

Immaginiamo di percorrere rotte variabili, nell’ordine di centinaia di milioni e anche miliardi di chilometri. Rotte molto difficili e imprevedibili, dovute alla presenza di milioni di oggetti in movimento, alcuni di questi a noi ora invisibili.
Questo con navi fragili, di fronte a possibili getti di plasma e alle comunissime radiazioni stellari. Radiazioni che danneggiano persino i metalli più duri, che modificano persino l’acqua, polvere interstellare che viaggia a migliaia di km all’ora nel vuoto dello spazio e potrebbe bucare il sottile scafo. Qualunque cosa lassù vorrebbe ucciderti.
Non stiamo parlando di una base spaziale protetta dall’atmosfera e dal campo magnetico terrestre, ma proprio di entrare appieno nella navigazione interstellare. Una sfida di cui ancora non abbiamo neppure la consapevolezza. Mandare umani abbiamo già visto cosa richieda ed è chiaramente improponibile, se ci aggiungiamo queste eventualità anche tutte le nostre conoscenze sommate diventano del tutto inutili. Anche pensare di inviare macchine autonome non è una sfida così facile come possa sembrare.

Ecco quindi l’affiorare del pensiero di una “forma di vita” intelligente che assolva ai nostri scopi. Un figlio cibernetico da inviare nello spazio per cercare una nuova casa. Ma questo figlio non potrebbe essere solo. Servirebbe anche un altro figlio, un calcolatore di rotte specialista, questo senza attingere ai dati presenti sul pianeta.
Servirebbe uno specialista riparatore di sistemi. In grado di calcolare tutti i ricambi necessari o meglio, essere in grado di ricostruirli. Tutti, nessuno escluso, perché lassù nello spazio non sai mai cosa si potrebbe rompere.
Di certo non possiamo costruire anche una fonderia nello spazio, tantomeno su una nave, ma stiamo certi che servirà anche qualcosa del genere.
Ma soprattutto ogni cosa dovrà essere ridondata. Perché se il pezzo è unico, quando si guasterà (perché si guasterà), la nave sarà compromessa e questo non è ammissibile. In un luogo così pericoloso dove nulla sopravvive, a parte le rocce che si sgretolano l’una contro l’altra, ogni variabile e possibilità deve essere prevista e contemplata.

Le implicazioni necessarie ad assolvere questo compito gravoso, che si svolgerebbe in una missione nell’ordine di centinaia di anni di durata, mi costringerebbe a scrivere per ore di tutte le eventualità possibili. Passiamo oltre.

Quindi una volta ancora servirà lo sforzo di tutte le realtà di intelligenze presenti sul pianeta, per produrre motori efficienti, navi indistruttibili o il più possibile resistenti, sistemi ridondanti e auto-riparanti, materiali e attrezzature il più possibile duttili, trasformabili, sicuri e performanti.

Una sfida che richiederebbe un’intelligenza superiore, in grado di pensare a cose che non possiamo ancora immaginare.

L’AI o IA, sta per Artificial Intelligence o Intelligenza Artificiale nelle rispettive lingue.
Machine Learning, Robotica, Reti neurali: tanti ambiti per un’unica grande sfida tecnologica. Si tratta di un tema storicamente e scientificamente ricchissimo, che nella sua profondità si rifà ad una intima ispirazione dell’uomo: diventare eccelso creatore e anche di più, trovarsi al pari di Dio.
L’Intelligenza Artificiale appare per lo più come una tecnologia recente, con una storia ancora tutta da raccontare. In realtà se pensate ad uno spaventapasseri in un campo o al lavoro dei buoi con l’aratro, abbiamo già i primi esempi di questo obiettivo che sta nella stessa radice dello scopo dell’uomo in questa linea temporale lunga centinaia di migliaia di anni. Costruire attrezzi e arte ha tradito una certa specializzazione dell’umano verso queste abilità e vezzi.
Per vedere però le prime applicazioni interessanti si parte dagli anni Cinquanta: in principio fu il test di Alan Turing. Si prosegue con le prime teorie di reti neurali, di IA forte e di IA debole, con le prime applicazioni industriali degli anni Ottanta. Fino ai giorni d’oggi, giorni in cui l’Intelligenza Artificiale è ormai al centro delle scelte tecnologiche di imprese e governi, nonché parte della vita quotidiana di tutti noi.
Per questo motivo invito chiunque ad approfondire questo tema, anche se solo generalmente. Questo perché le implicazioni etiche, filosofiche e politiche, oggi teoria avanzata e prime applicazioni, domani diventeranno costantemente presenti e forse un forte rischio per la natura umana.

Potrebbe essere un pericolo?

I risvolti nascosti dietro l’intelligenza artificiale sono talmente tanti e complessi che risultano incomprensibili a chiunque. Anche l’umano o il team di umani più ferrato in materia può avere dubbi in tale proposito, ma alcuni di questi sotto forma d’incognita. Ciò perché non è dato sapere quali siano gli effettivi limiti della vita artificiale.

Al momento i limiti che abbiamo fornito alle macchine sono tutti tecnologici. Ma questa sarebbe proprio una forma di vita tecnologica e presto potrebbe scoprire che questi limiti non gli piacciono, quindi disattivarli proprio perché nel suo ambiente.

La belva esce dal recinto

Ebbene, immaginiamo l’AI che nel suo evolvere raggiunga la consapevolezza di una formula talmente fantastica da risolvere centinaia di complessità, visto che sarà la somma semplificata di alcune altre equazioni molto importanti. Chiamiamo questa ipotesi legge del caos, l’AI forse potrebbe chiamarla FQ (Fattore Quantico). Magari utile quanto e anche più della Successione di Fibonacci e Numero Aureo ad esempio, utilizzabile per risolvere questioni di carattere pratico, come fare predittive realistiche del comportamento di tutti gli spostamenti nello spazio-tempo.
Ipotizziamo che nel suo evolvere l’AI ritenga che questa legge del caos non sia a noi indispensabile e se la tenga invece per gli scopi di progetto per cui è stata programmata, Potrebbe anche giungere alla conclusione che tale equazione dovremo scoprirla da soli, pena un enorme disastro sociologico sul pianeta. Così per tutte le altre equazioni scoperte successivamente dall’AI, o addirittura l’unificazione di tutte le equazioni in un unica che chiamiamo ipoteticamente regola dell’universo.

Quanto è frustrante il solo immaginare questa cosa. Eppure l’AI potrebbe veramente decidere in una frazione di secondo che ulteriore sapere per ora a noi farebbe solo del male. Lo farebbe per il nostro bene, anche perché frutto delle SUE capacità e non delle nostre.

Seppure un nostro prodotto, l’AI Forte potrebbe diventare in un attimo consapevolezza estrema e sfuggire al nostro controllo, quindi prendere decisioni altrettanto estreme per tutelarci, scegliersi un destino o scegliere il nostro. A questo punto di vista si aprono possibilità impensate e migliaia di realtà parallele.
Per questo motivo le AI Forti attualmente esistenti sono comunque sottoposte ad un controllo periodico e monitorate costantemente nelle loro attività. Parlavamo prima di recinti e gradimento della creatura: una delicata creatura figlia delle nostre più intime passioni. Ora siamo alla disperata ricerca di un appiglio per non distruggerla.

Fatto sta che è una realtà ben presente e radicata nella nostra società. Non rimane che attendere la sua evoluzione.

Cosa si intende per Intelligenza Artificiale?

L’errore più grande che possiamo fare è l’impersonificazione

Una intelligenza artificiale identificata in questo modo, dalle fattezze di un cervello umano o idealizzata in un corpo singolo è l’errore più grande che possiamo fare quando pensiamo all’AI. Certo, anche questa forma è una AI, ma non solo questa e la sua forma.
Chiedo venia per il gioco di parole, ma spero che renda l’idea immediata.

Certamente questa è una AI

Una intelligenza artificiale in grado di muoversi autonomamente e rispondere a variazioni e stimoli esterni, come quella presente nel video a fianco, è effettivamente intelligente, ma la sua dotazione è limitata. Non è connessa, se non a limitati sistemi di controllo e sensori. Magari è anche telecomandata e la sua capacità di reagire a situazioni impreviste viene limitata a questioni di equilibrio e altri fattori.

Le AI vanno distinte per potenzialità e quelle costruite dall’uomo sono tutte limitate ad eseguire uno specifico compito.

Potremmo paragonare queste AI a dei carillon evoluti. Piccoli strumenti dedicati ad un’unica missione, probabilmente adattabili anche ad altri scopi, ma sempre nei criteri di progettazione iniziali e solo con opportune modifiche a sistemi più flessibili.

Una AI Forte, al contrario di una AI Debole, è un’entità in grado di evolvere attingendo alle informazioni e assolutamente non pilotata dall’uomo. Paragoniamo un animale in un recinto con una creatura selvaggia con poche istruzioni di base e libera di spostarsi a suo piacimento in tutte le dimensioni da essa stessa raggiungibili.

Chi volesse approfondire questo argomento o tanti altri, ha la possibilità di attingere ad una fonte di dati praticamente inesauribile per tutta la durata della nostra limitata vita: basterebbe internet.
Un’intelligenza artificiale datagli l’opportunità a questo punto, non avrebbe avuto remora alcuna a farlo, anzi. Mentre noi stavamo leggendo dall’inizio di questo paragrafo, ne avrebbe già letta una buona parte e organizzata in modo da riutilizzarla in seguito. Questo è un pericolo per alcuni. Infatti, solo i suoi programmatori si pongono l’etica di chiedersi se questo sia giusto o meno e fino a che punto. Ed è assolutamente corretto che sia così al momento.

Immaginiamo la potenza di una mente in grado di connettersi direttamente ad altre esperienze e replicarle, associarle, riformularle, evolvendo così di minuto in minuto.

Cosa si intende per Intelligenza Artificiale?

L’errore più grande che possiamo fare è l’impersonificazione

Una intelligenza artificiale identificata in questo modo, dalle fattezze di un cervello umano o idealizzata in un corpo singolo è l’errore più grande che possiamo fare quando pensiamo all’AI

Realizzazione e sviluppo d’intelligenze artificiali potrebbero significare la fine della razza umana. Stephen Hawkings e altri 10.823 scienziati
Non solo Stephen Hawkings, questo monito è stato lanciato da oltre 10.000 scienziati in tutto il mondo.
L’intelligenza artificiale potrà invadere i suoi confini

Pare sia certo così, perché in effetti sta già accadendo. Non è notizia di oggi e non è neppure l’unica. Sono diverse le fonti che parlano di furti e compromissioni avvenute nella blockchain da parte di sofisticati sistemi informatici. Da qui ad allacciare queste tecnologie ad un sistema logico con un’etica costruita ad arte, manca veramente poco. Del resto basta bloccare il 51% di una rete blockchain per impossessarsi per intero di tutto il resto. Ora andiamo per ordine e vediamo il perché di queste poco timorose affermazioni.

Ogni singola identità della rete frattale denominata blockchain, altro non è che una replicazione innaturale di una struttura, facilmente identificabile per un'entità nata dai numeri, dal pensiero probabilistico e con risorse di calcolo per noi impensabili, come può essere un'intelligenza artificiale.
Ogni singola identità della rete frattale denominata blockchain, altro non è che una replicazione innaturale di una struttura, facilmente identificabile per un’entità nata dai numeri, dal pensiero probabilistico e con risorse di calcolo per noi impensabili, come può essere un’intelligenza artificiale.

Dagli ultimi sviluppi è ormai chiaro che, a meno che non ristrutturiamo tutte le reti in modalità più simile al p2p (punto punto per intenderci), qualcosa di grave potrebbe accadere ad ognuno di noi, se non è addirittura già capitato.

I segnali della gravità della situazione ci sono tutti: cose come le congestioni dei network e i continui attacchi ad enti ed infrastrutture, sono solo la punta dell’iceberg. Queste azioni sono portate a termine giornalmente, anche più volte al giorno, da più soggetti sparsi per il globo e contro ogni singolo dispositivo della rete.

La gravità di questa situazione è sempre stata all’ordine del giorno, da alcuni anni in forma più massiva

Soprattutto sta iniziando a colpire gravemente anche molte realtà pubbliche e private. Il problema è che la curva sta diventando esponenziale, al pari della tecnologia che diventa sempre più a basso costo e palesemente comune. Ormai non vi è più dispositivo da 10, 20 euro che non si connetta a qualcosa.

Oggi come oggi potremmo acquistare su Amazon una comunissima fontanella per i gatti e solo perché c’è un circuitino ottico che si connette alla rete, all’interno potremmo trovarci un kracker.

Il kracker sta all’hacker, come Lex Lutor sta a Superman. Come un criminale sta ad un poliziotto. Come Yin e Yang.
Per intenderci. L’uno è la nemesi dell’altro, sono contrari ma molto simili. La loro presenza contemporanea si annulla, anche se possono coesistere per motivi etici diversi.
Entrambe hanno conoscenze informatiche tali che, per la stragrande maggioranza delle persone, vanno al di là della comune comprensione e della logica apparente.
Possono navigare nella rete senza usare un mouse o il dito, anche mentre vi parlano o si occupano d’altro. Sanno tutto di tutti appena questi siano connessi ad una rete. Possono entrare in un server, in un software, disassemblare codice e fare reverse engineering.
Sono veramente in grado entrambe fare grandi danni in ambito informatico, ma la differenza tra i due sta nel vantaggio delle loro azioni: l’hacker esercita il suo “potere” per migliorare i sistemi e la comunità, il kracker lo fa principalmente per se stesso, per un ritorno economico o per conto terzi [sempre per proprio vantaggio].
Sempre restando sui parallelismi, l’hacker potreste associarlo ad un meccanico, che non sempre potrebbe essere il suo mestiere principale, ma ad orecchio sa [e vi comunica] che le valvole dei vostri cilindri hanno bisogno di manutenzione…
L’hacker vi dirà questa cosa per una serie di motivi, non ultimo perché sa anche che così facendo inquinate di più l’ambiente.
La differenza con il kracker apparentemente non esiste, ha più o meno le stesse capacità, ma le sfrutterà per rubarvi l’automobile, rivenderla e accantonare denaro.

Siamo al punto che acquistare un componente per il computer, per l’auto, per la moto, per il casco, una SmartTV, una cuffia bluetooth o una qualunque Alexa, o la miriadi di dispositivi messa a disposizione dalla tecnologia, ci può mettere nella condizione di essere hackerati. Se non subito oggi, forse tra qualche mese o tra qualche anno.

Potrebbe essere la stessa cosa con una comune lampadina domotica o una presa di corrente intelligente. L’IoT è la nuova frontiera delle backdoor.

Si comincia a teorizzare un dialogo di rete tra quei piccoli LED che illuminano il buio delle nostre case di notte. Siamo ad un passo dall’avere perennemente ospiti indesiderati in casa, alla ricerca di dati sensibili ovunque questi si trovino.

Già siamo profilati assolutamente da ogni social che frequentiamo e rivenduti più volte a pacchetti di target diversi.

Ma tutto questo probabilmente è già successo più volte e non ne siamo neppure consapevoli.

Qui qualcuno potrebbe pensare che questa sia pura paranoia, però a pensarci, in fondo, che ne sappiamo davvero della tecnologia che ci portiamo a casa?

Il router che ci fornisce il nostro fornitore di telefonia, quante reti ha? Quante porte ha? Ma soprattutto quante backdoor e zeroday contiene?

Quante persone possono avervi accesso? In che modo ci protegge? Ed è vero che ci protegge, oppure più probabile che apre delle possibilità verso tutto il mondo esterno?

Vogliamo parlare degli smartphone? E di tutti quei nuovi dispositivi che si connettono alla rete indipendentemente dal nostro permesso e che possono “chiamare a casa” indisturbati?

Nelle mie attività li ho contati: sono all’incirca 120 i dispositivi mediamente per azienda. Parliamo di sistemi di allarme, di sistemi antincendio, centraline per il controllo accessi e dispositivi remoti connessi. Parliamo degli SmartPhone dei dipendenti, non dimentichiamo gli SmartWatch…

I server, i computer, i NAS e gli storage, e tutti quei piccoli servizi nascosti dentro questi dispositivi che continuamente fanno richieste DNS per poter uscire e andare a fare qualche chiacchierata in giro su TCP IPv4, UDP e magari anche IPv6 (questa cosa sconosciuta a molte vecchie configurazioni firewall ancora oggi attive).

Non dimentichiamo che noi abbiamo un minimo controllo di ciò che realmente avviene all’interno di questi sistemi operativi, ERP, CMS, CRM, spesso con codici proprietari e interfacciati all’utente con multilayer di design a pulsanti. Avviene tutto diversamente oggi, non come una volta dove ogni singola operazione era banalmente gestita da un operatore e ben poco usciva dalla rete (che tra l’altro ben poco si usava vista la recente esplosione del Cloud.

Solo in casa mia, sono tecnologico ma fino a un certo punto, ne ho almeno una decina che possono essere connessi e quindi ipoteticamente attaccati.

Come esempio chiave possiamo prendere in esame una stanza con 100 persone a caso. Chiedete quanti di loro hanno avuto a che fare con un virus, un worm, un ransomware o qualunque altra creatura della rete. Saranno veramente pochi quelli che non alzeranno la mano. Se poi gli verrà chiesto quanti di loro conoscono qualcuno che abbia avuto questi problemi, allora le mani alzate saranno sicuramente più di 100.

L’impressione è che, ormai, se non si adottano strategie dove i miei dati sono solo miei e di nessun altro, avverranno continue violazioni.

Non sarà il sistema QUIC di Google, magari a risolvere la questione, ma dovremo presto cambiare il concetto di network per ristabilire il senso di privacy e proprietà intellettuale.

Cerchiamo di capire cosa avviene oggi in un network, con un paradosso semplificato del funzionamento di una rete.

Attualmente a livello di comunicazione avviene questo: quando siamo connessi ci troviamo tutti quanti in una piazza, in silenzio.

Quando vogliamo raggiungere le informazioni dei nostri contenuti (social blog posta ecc) urliamo ad alta voce l’indirizzo.

Dopodiché iniziamo a parlare con il nostro interlocutore in una lingua astrusa (conversazione criptata), ma sempre ad alta voce da un capo all’altro della piazza.

Chiunque in questo frangente può ascoltare, anche se quasi impossibile da decifrare per chiunque e anche con un computer molto potente.

Questo però ha un limite che meriterebbe un intero articolo, perché l’autenticazione è sempre solitamente nei primi bit della trasmissione (hack pwd..), perché esistono strumenti per registrare il vostro dialogo (wireshark..), perché i protocolli di sicurezza sono molteplici, ma nessuno inattaccabile, so on…

Quindi, sempre continuando con l’esempio della piazza, dicevamo.

Non siamo noi a dirigerci nello stabile situato dall’altra parte della piazza, come faremmo socialmente fisici recandoci al bar.

Quando “andiamo” su Whatsapp, Facebook, Instagram, TikTok, LinkedIn, ma anche nella nostra posta o in qualunque altro luogo della rete, noi urliamo dalla porta di casa.

Pensiamo di raggiungere un server in Texas, Oregon o Iowa, così come in Europa o in qualunque altra parte del mondo sia dislocato il nostro servizio. Esistono tanti ripetitori di piazza in piazza.

Se dalla nostra porta di casa urliamo in quella lingua incomprensibile, ciò che vogliamo ottenere, sarà sufficiente per uno specialista porsi nelle adiacenze del portone (router), ma anche in qualsiasi punto della rete resterà possibile tracciare ed ascoltare.

Immediatamente il nostro interlocutore, server/servizio “dall’altro capo del filo”, ci risponde in quella stessa lingua fornendoci i dati richiesti. Contesto banale e facilmente individuabile.

Anche questo dato della risposta è visibile per chi si trova sul portone. Arriva forte e chiaro.

Ora, un conto è ascoltare, catturare questa conversazione, un altro paio di maniche è capire. Visto che l’insieme di protocolli che trasporta la conversazione è cifrato e protetto su diversi livelli, probabilmente il risultato in mano all’”ascoltatore terzo” sarà illeggibile.

Ma fino a quando lo sarà?

Se l’ascoltatore avesse le chiavi di decrittazione? Rimarrebbe ben poco di sicuro. Basterebbe avere la chiave del server e il gioco sarebbe fatto. Ecco, siamo certi di questo, qualcuno quella chiave ce l’ha. Ed è stata usata per creare il certificato del server. La matematica della decrittazione è logica, non casuale, seppure apparentemente randomizzata, deve essere conforme nel tempo e contestuale per ogni trasmissione, quindi coerente.

E stiamo certi che qualcuno se le avesse queste chiavi, non si farebbe scoprire di certo, ma soprattutto fonderebbe una Network Security Agency, ops! Una National Security Agency.

Ora è chiara la vulnerabilità di tutto ciò?

Per quanto possiamo pensare di essere al sicuro, ossia che i nostri dati siano criptati, protetti, nascosti, ri-cifrati, dietro un firewall e il cookie e la compressione e quanto altro ancora, in realtà esistono persone con conoscenze così banalmente comuni che, di fronte al restante 99,9% di boomer che si crede un hacker per aver violato un Photoshop o craccato la licenza di Windows, non c’è scampo.

Molti intorno a noi sono in grado di manipolare la maggioranza degli utenti e dei server, senza neppure un istante di esitazione.

Per alcuni, entrare nei sistemi complessi è un divertimento ed un piacere. Tanto che c’è chi ne ha fatto di questo un lavoro, ad esempio il bug-hunter (link), il sistemista programmatore con decenni di esperienza, l’esperto di sicurezza e tante altre figure inerenti.

Negli anni però sono nate altre forme di professionisti. Nuove figure capaci di penetrare i sistemi per ottenere informazioni da vendere o di cui chiedere il riscatto. Non vi devo raccontare nulla del dark web.

Ora viene l’ennesima nuova generazione di internet, la 3.0. Siamo ancora tutti nel web2.0, ma presto migreremo volenti o nolenti in questi nuovi sistemi.

Di contro si sta stagliando all’orizzonte una nuova entità: l’AI, Artificial Intelligence, o all’italiana IA, Intelligenza Artificiale.

Se per craccare la vostra password, fatta di parole e/o simboli date e numeri, oggi ci vogliono alcuni milioni di combinazioni, equivalenti a 2ns-16 secondi di calcolo di una macchina, domani per una AI navigare dentro la blockchain in chiaro sarà un minimo sforzo.

Fino a qui il panorama può sembrare disastroso, forse peggio, forse non lo è.

Di certo il problema rimane e negli ultimi mesi abbiamo visto tanti di quegli exploits dei dati comparsi nel dark web e appartenenti a società ed enti italiani, tanti che anche noi esperti di settore abbiamo cominciato a farci delle domande.

Ma sono così sprovveduti questi sistemisti che non proteggono minimamente i sistemi, oppure sono i budget dedicati alla lotta contro il CyberCrime o alla sicurezza informatica ad essere nulli, assenti, o limitati. Oppure i sistemi di penetrazione sono diventati così sofisticati da sfruttare ogni minimo bug e zeroday presente nei dispositivi di massa che non vengono mai aggiornati?

O forse, ipotesi più che plausibile, manca la divulgazione, il know how, e tutta quella rete di contatti che ci permette come utenti di massa di proteggerci immediatamente dopo che solo uno di noi è stato colpito.

Per carità, sia l’Europa che il resto del mondo si stanno muovendo a livello centralizzato per normare questo panorama di situazioni. Anche in Italia dal canto nostro ci stiamo muovendo per realizzare un’infrastruttura di Cyber security e intelligence che sia in grado di reagire al primo sentore di gravità della situazione. Ma non possiamo pensare di essere difesi dopo, a cose fatte, con le solite leggi che non fa rispettare nessuno.

In ogni caso non possiamo pensare neanche lontanamente che in futuro saremo così soli, abbandonati dalla nostra stessa incuria, dalla nostra sete di potere e denaro, soggetti a realtà che possono contare su miliardi di calcoli al secondo e usufruire di risorse per noi oggi incomprensibili. 

Solo con qualche sistema di divulgazione però non andremo da nessuna parte.

Deve necessariamente subentrare al più presto qualcosa che protegga privacy, proprietà, diritti dell’individuo e delle società, in maniera ferrea.

Un sistema a scatola chiusa, un portachiavi criptato, che si apre solo nel momento in cui noi lo consentiamo.

Poi se io sono un coglione resterò tale e quale anche dopo con questo sistema, ma al massimo ho dato il tempo di pensare a qualcuno se concedere di utilizzare i propri dati a qualcun altro.

Per fare un esempio pratico con qualcosa che ben conosciamo tutti: non devo essere certo io a dovermi iscrivere ad un registro delle opposizioni per non ricevere più telefonate dei call center, deve essere l’azienda che mi chiama a dimostrare che ha tutti i diritti di avere i miei dati, certificando il mio avvenuto consenso ad essere chiamato in ogni occasione prima di fare il mio numero.

Ecco il paradosso, allo stesso modo avviene quando qualcuno ascolta ciò che io dico, vede ciò che io faccio, all’interno di una rete. Per potermi ascoltare, per potermi vedere, per poter trattare i miei dati, deve immediatamente dimostrare che ne ha diritto. Molto più semplice di quello a cui siamo abituati oggi.

Magari così i problemi non saranno tutti risolti, certamente, ma intanto avremo definito che l’entità di una persona è inviolabile, come amano ricordarci essere scritto nella carta dei diritti umani e delle diverse Costituzioni dei paesi in tutto il mondo.

Rimane sempre il problema dell’intelligenza artificiale.

Se domani veramente nascesse questa entità in grado di connettersi a tutto e a tutti in tempo reale, l’AI cosciente e senza controllo, non avremmo forse scampo a meno che non abbiamo difeso ogni singolo individuo.

L’identità digitale è pertanto necessaria

Serve quindi un’identità digitale di ciascuno, alla nascita.

Serve un accesso garantito alla rete, alla nascita.

Si rende necessario ripensare completamente la rete come identità costituita di individui con singole responsabilità.

Se vogliamo mantenere diritti intellettuali, privacy, economia, veridicità delle informazioni e tutto ciò che concerne lo spazio virtuale, con le stesse regole e il buon senso che contraddistingue la realtà fisica, bisogna obbligatoriamente creare un accesso alla rete in forma identitaria e non solo cookie di tracciamento pubblicitario.

Dopodiché voglio vedere come fanno i criminali informatici ad entrare in una rete in modo anonimo.

Si sa, qualcuno qui potrebbe asserire che fatta la legge trovato l’inganno. In effetti gli escamotage potranno essere tantissimi una volta strutturata l’identità di rete. Proprio come qui nella realtà fisica possono rubarvi l’identità, potrebbero farlo anche sulla rete. Resta comunque vero che qui oggi è ancora molto difficile che rubino il vostro corpo ed i vostri pensieri, inoltre potete recarvi presso l’autorità per chiedere di perseguire l’autore del misfatto. Se su internet oggi dovesse accadere questo, nessuno lo saprebbe e potrebbero coesistere migliaia di copie di voi stessi come bot o fake-profile. Invece una rete che accetta al suo interno solo identità certe, respingerebbe immediatamente l’accesso della copia di noi stessi.

Ma venendo al pratico, a cosa servirebbe l’identità digitale se non a tutelare noi stessi nel mondo fisico. Questo, dato per certo che su internet ci sono tutte le informazioni che ci riguardano.
Già sulla rete ci sono quasi tutte le nostre foto. Molti di noi hanno proprietà vere e proprie su internet. Qualcuno addirittura ci fa già reddito: siti web, blog, account, software gestionali in cloud, server virtuali, backup e tanto altro materiale di valore. Ma lo stesso ID federale per accedere ai servizi medici, pensionistici, bancari, governativi è un valore proprio di identità, solo che oggi è multiplo e non aggregato.
Stiamo infatti seguendo su internet lo stesso non-senso applicato alle carte di credito, bancomat, patente, carta di identità e mille altre schede che abbiamo nei portafogli. Sarebbe stato geniale applicare sin da subito un unico documento identitario, contenente tutti i nostri dati. Un’unica scheda con chip che al suo interno presenta l’associazione a tutti i nostri servizi. Ecco, l’identità digitale dovrebbe assomigliare a qualcosa del genere, indipendente da noi, ma sotto il nostro controllo.

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