una fetida marmaglia

una fetida marmaglia

– ekko kazzo, hanno kiuso il cocco, adesso dove troviamo la roba, diokane!
– dai! non t’abbattere ke ciarrimediamo kosì: un giro li in spiaggia di straforo, facciamo il pieno al distributore e via sulle colline!
– evvaii! bell’idea belloo, mi sfagiola una cifra, dammi cinque…
– sciack!
– …
– ma tu ce li hai i soldi?
– no! e tu?
– neppure io…
– siamo proprio sfigati…
– si eh eh eh hehehehehe
– eheheh hu?!
– che c’è?
– guarda quella…
– chi?
– quella lì…
– si?
– ma non vedi?
– …
– no, ke cosa?
– guarda la collana … 😉 !
– AH! kazzo
– Eh beh!
– dai!
– cosa?
– tu vai la, ke poi io gli do uno strattone, tu basta ke gli dai una spinta…
– capito!
– ‘spetta!
– cosa?
– ci sono i karamba…
– maledetti karrambakesopresa .. di merda!
– dai sloggiamo ke è tardi
– ma no dai, offriamogli un tiro e aspettiamo…

Tutto il nostro sostegno alle forze di Polizia, che stanno difendendo la costa romagnola e tutta l’Italia da quella marmaglia fetida.
Gentaglia che ritroviamo spesso nel nostro andirivieni, di giorno, ma soprattutto li sentiamo di notte, che sappiamo li accudisce e li difende.
Sappiamo che sono richiamati qui in massa, dalla moltitudine di turisti in vacanza insieme ad un offerta senza eguali adatta ai loro gusti.

Ma chi è questa marmaglia?

Extracomunitari disperati. E di chi è la colpa?

Ragazzini mai cresciuti con la voglia di farsi le vacanze vendendo droga o rubando ai più ricchi.

Moderni Robin Hood, che vedono ovunque sceriffi di Nottingham? Eh certo. Il loro unico svago, momento di accrescimento personale, forse è la TV o la PS3.


Ci spiace solo che questi agenti di polizia vengano invece degradati ad agenti di pulizia, per raccogliere i risultati della nostra società, il frutto di danni da politiche inesistenti, risultato di investimenti vuoti, rimasugli di una società che non sa garantire; i livelli minimi di istruzione; la tutela costituzionale; le politiche del territorio; un lavoro ai propri cittadini; una giustizia equa; un boccone di pane ed una casa per ogni persona che si impegna a far crescere il paese.
Così per il risultato di decenni di immigrazione selvaggia senza strumenti di gestione oltre che di integrazione nella comunità europea.

Non possiamo lamentarci, neppure sorridere.
Tutto ciò, è ancor prima colpa nostra.
Non abbiamo saputo scegliere chi doveva tutelare i nostri diritti, chi avrebbe dovuto costruire i nostri sogni, chi meritevole della nostra fiducia.
Ci siamo accontentati di quel che c’era. Di babbo natale.


Siamo stati seduti davanti alla TV per oltre 20 anni, mentre sfilavano in passerella discutibili soggetti dalle dubbie peculiarità.
Nel loro teatrino ci mostravano il peggio, ma noi da quel peggio abbiamo saputo ricavare nani, ballerine e storpi gobbi.
Non avevamo di meglio sembrerebbe.
Non abbiamo voluto impegnarci a cercare di meglio in realtà.

Questa cosa ha dell’orrido.
Come se per avere un figlio andassimo al canile, a scegliere tra i cuccioli rimasti li.
Anzi no, quella sarebbe stata sicuramente una scelta più fortunata.
Come se fossimo andati a cercarlo nell’orfanotrofio di una favelas.
Ecco, quello rappresenta il nostro futuro.
Ora guardate ogni singolo politico che vi appare sui giornali e in TV e ditemi sinceramente se gli affidereste tutti i vostri beni, la vostra casa, la vostra auto, la vostra famiglia, il vostro futuro. Tranne poche rare eccezioni probabilmente la vostra risposta sarebbe no. E fidatevi non li conoscete, se non nella loro immagine pubblica, altrimenti sarebbe anche peggio. Si però glieli affidate. Precisamente ogni 5 anni. Sempre agli stessi.


E ora che cosa faremo?
Quali opzioni sono rimaste?
Dunque.

La chiusura di locali come il Cocco è sicuramente un’opzione interessante. Ma non è il Cocco in se a produrre un guaio alla comunità, bensì la mancanza di altri luoghi di aggregazione in cui giovani e vivide menti possano scambiarsi conoscenze, sapere e cultura, esperienze, scoperte e vicendevole sostegno, case della figucia e dello sviluppo, che diano nuove speranze a questa società, a questo paese. Luoghi in cui il popolo stesso può imparare da se stesso le regole della democrazia. Un area in cui accrescere l’evoluzione personale e della comunità.

 


L’Indotto

Anche se c’è qualcuno che afferma che tali locali siano un grande indotto del turismo… indotto… qualcosa di più diretto?
Che indotto c’è a far ubriacare di musica, droghe e alcool i nostri ragazzi, il nostro futuro, fino a tarda notte?
Non sarebbe meglio un posto in cui sì, c’è della musica, ma dopo una certa ora possano trasgredire, ad esempio giocando a pallavolo nudi sulla spiaggia?
L’esempio è ardito, ma illustra pienamente ciò di cui hanno bisogno i ragazzi e ciò di cui diversamente abbiamo bisogno noi.
Non possiamo lasciare l’educazione dei nostri figli, il nostro futuro, in mano a Polizia, Carabinieri, professori ed imprenditori. No. Non è così’ che può funzionare.
Ci vogliono dei maestri, ma non quelli che vanno in TV per insegnarvi come ipoteticamente si potrebbe vivere la vita. No. Assolutamente. Ci vuole qualcuno che insegni ai nostri ragazzi come si DEVE vivere la vita. I primi maestri siamo noi, gli altri sono di supporto. I nostri ragazzi siamo noi.

Questa dell’indotto del turismo nel nostro territorio è convinzione comune, molti la sbandierano come fosse una realtà, senza mai produrre uno straccio di prova, anche perché è impossibile da provare. Pertanto merita un approfondimento, prima di continuare a parlare del nostro futuro, soffermiamoci al presente e al passato, quale miglior modo per imparare.
Parliamo di indotto che tanto si disgrega da solo. Si rimarrebbe molto delusi dai dati reali.

Raramente i turisti vengono qui solo per i locali, se non il turismo di prossimità ( Bologna, Modena, Reggio, Ravenna, Pesaro, ecc. ), che poi spesso tira dritto e non usa gli alberghi, dorme nei parcheggi, in spiaggia o da amici, ma molto più spesso se ne torna a casa.Rari sono coloro i quali vengono una settimana in albergo per andare tutte le sere a fare mattina in discoteca. Molto più probabile che qualcuno venga qui una settimana per spiaggia, relax e tutto l’insieme di divertimentifici in spiaggia e in collina, poi una o due sere provi a fare anche il giro in disco.

Anche perché 150 euro al giorno per fare tutto non è che si trovino così facilmente.

Mentre i poveri del turismo vanno al nei locali sulla spiaggia dove non si spende obbligatoriamente e una dose per la loro depressione di esser poveri la trovano a buon prezzo anche li.

Poi l’altro indotto, quello dei bar, delle pizzerie e dei ristoranti, non pare confermare un beneficio diretto alla città.
I liquorifici sono per lo più a San Marino, i fornitori di cibi sono a Santarcangelo e Savignano. Chi lava le tovaglie sta a Sant’Angelo e a Gatteo. Via così.

Una buonissima parte se non la maggiore dei conti bancari sono ad usufrutto di non residenti e comunque non è detto che reinvestano nel territorio al prossimo inverno. Come gli stipendi che non sono tutti dei residenti, anzi, spesso chi viene da fuori è abituato a spendere meno nel proprio territorio e quindi si adatta a compensi molto più modesti. Da qui la scelta degli schiavi in riviera che sono sempre più e sempre a buon mercato.

Raramente sono aziende del territorio a fare manutenzione o a fornire materie prime per il turismo, a parte qualche specializzato e sempre meno radicato nel territorio.
Le più grande fornitrici di materiali e materie prime legate al turismo sono straniere: dallo zucchero del sudamerica, ai gamberi, ai cablaggi elettrici, alle centraline per antincendio e allarmi, ai computer, passando per i fornitori di tendaggi e mobilia, fino ad arrivare alle impiantistiche specializzate come le cucine e i macchinari per la produzione alimentare, sono casualmente tutte straniere, quindi la nostra ricchezza sta solo nel ricarico e nella manutenzione, ma con la guerra economica che c’è Pesaro o Forte dei Marmi non sono così lontane e il prezzo sarà sicuramente più basso a meno che il nostro compaesano non si sdrai e conceda ricarichi minimi.

Insomma è un indotto tutto da confermare, che non trova spiegazione nelle nostre aree artigianali che languono e non hanno attività produttive prevalenti di stampo turistico, se non le solite 10/20 più famose: Celli, EDI, MEC3, Soldati, CAMS, Tecnoplay, ecc., tutte ai bordi della provincia e come confermano le stesse aziende a Camera di Commercio, CNA, Confartigianato, solo il 20% di queste prevede di assumere nel prossimo anno per rinnovo di personale e nuovi investimenti.

Insomma è come fare la fiera del prodottone, in un mercato già saturo, e al prevedibile fallimento ancora sorprendersi…

Comunque dobbiamo rispettare l’opinione di tutti, lasciamoci pure questo dubbio alle spalle. Il turismo è indotto di se stesso, anche il più brutto e sporco, il nostro rimarrà sempre il migliore del mondo. Il turismo fa vivere tutta la provincia, la regione e qualcosina pure allo stato, questo forse è già più vero.

Ma è anche vero che le barche le fanno meglio nella costa mediterranea, che le vacanze a Cortina o ad Ibiza danno ben poco a noi qui, che gli appartamenti non si vendono più, che il tettosuono alle discoteche lo fa una azienda di Torino, che l’ufficio di collocamento e la fontana dell’acqua in piazza hanno più clienti della piaderia all’angolo. Ma andiamo avanti.

Tornando all’istruzione del nostro futuro, dei nostri figli, c’è una parte importante che non riusciamo a capire.
Questi ragazzi saranno la nostra futura classe dirigente, i futuri gestori del paese, coloro che guideranno una parte del mondo quando noi non ci saremo più.
Noi ci permettiamo di lasciarli allo sbando con quel minimo di educazione che ci permettono di dargli nel tempo che riusciamo a dedicargli e nel tempo che loro hanno a disposizione…. un po’ pochino no?

  • la generazione precedente, quella che se ne andava ancora nei campi con i genitori, ecco quella non avrebbe mai mangiato in un fast food, un esempio tra i tanti. Forse quei vecchi ragazzi lo avrebbero fatto nei campi, ma tutti insieme e a chiacchierare, mentre si imparava il valore del lavoro e della vita. Non penso che gli avrebbe fatto piacere mangiare in un luogo che puzza di fritto, seduti stipati e con una confusione che impedisce di parlarsi, perché sappiamo quanto fosse importante per loro un pasto ad una tavola ( ed anche un posto a tavola ), la condivisione di valori e il dialogo che a loro tanto mancava, che manca anche a molti dei nostri figli.

  • io sono padre di 3 figli maschi e se si azzardano di alzarsi da tavola mentre tutti gli altri stanno ancora desinando, a meno che non sia per una necessità della tavola o dei desinandi, si prendono ancora la ramanzina

  • se i miei figli si siedono a tavola senza lavarsi le mani glielo ricordo, non tanto per me, ma per loro

  • idem se escono da un qualunque bagno senza lavarsi le mani, si prendono la ramanzina

  • i figli di questa generazione, quelli allevati dalle mamme per lo più, perché i padri sono sempre più spesso al lavoro e comunque più probabilmente se ne fregano, hanno invece comportamenti come quelli che si tendono ad incoraggiare, tollerare o difendere: “son ragazzi”, “che male c’è per una serata in discoteca”, “i miei figli non lo farebbero mai”, “mio figlio è diverso”. Un paio di palle! Che si divertano, certo, ma non al punto di mettere a rischio la propria vita, con alcool, droga, sregolatezza senza beneficio e, comunque, lasciati a se stessi.
    Altri esempi li evito, ma non credo proprio che questo nostro sia il migliore dei comportamenti, neppure il più grave, certo, ma non darvi peso e cercare si sminuire la questione e chi la solleva è sicuramente indice di alcuni valori mancanti, poca educazione e forse tanto altro di ormai irrecuperabile.

Se poi vogliamo paragonare i nostri ragazzi al futuro di questo paese, a come e a cosa pensiamo per il loro mondo, a come li tuteliamo, a come li cresciamo ed educhiamo, a cosa gli abbiamo prospettato, ecco, il nostro paese non poteva essere diverso oggi, dagli ultimi 20 anni ad oggi, non potrà essere sicuramente meglio domani.

Si tratta di educazione e di rispetto delle regole del buon vivere sano e in comunità, ma so benissimo che è roba passata di moda. Sono sempre più rare le persone che si lavano le mani uscendo da un bagno, che buttano le cartacce in un bidone, magari differenziando, che rispettano gli altri, e tanto, tanto, tanto, ma tanto altro ancora.

Ci sono famiglie che permettono ai loro figli di giocare con la Playstation o con il cellulare mentre gli altri sono a tavola, ci sono altre famiglie che chiedono presenza e rigore per insegnare educazione ad ampio spettro. Che poi non è solo utile a non mangiare in un fast food ( con un po’ di consapevolezza si può rischiare anche di peggio certo ), il mangiare sano è parte dell’educazione, insegna l’appropriatezza, la consapevolezza di essere umani evoluti e non animali, di essere sempre all’altezza delle situazioni.

Sono le stesse regole che, quando li faranno grandi, mancheranno o ci saranno nel momento giusto, come già succede nei mille esempi quotidiani di intolleranza, di maleducazione e di mancanza di rispetto delle regole, che sia in ufficio, in auto, durante una scelta che benefici se stesso, gli altri e possa o meno togliergli un filo di spazio vitale a se stessi.

La libertà di mangiare o meno dove ci pare non è in questione, ma se mi si chiede che c’è di male in un luogo come una discoteca, un fast food, soprattutto quando diventano abitudini esclusive, allora mi chiedo se non sia vero che abbiamo tutto quello che ci meritiamo in fondo.

Quello che succede quotidianamente intorno a noi è frutto dell’educazione e del rispetto che hanno imparato in famiglia. Posso capire quindi che generazioni di spalle alzate abbiano portato a questo.

La chiusura del Cocco non è quindi un piccolo segnale di sconfitta negli investimenti e nella tutela di un imprenditore, è proprio il fallimento di tutta la nostra educazione. Perché se qualcuno vende droga è perché qualcuno la compra. Se ci si ubriaca spesso e si fanno cazzate è perché non è stato insegnato l’autocontrollo e la gestione di se e del proprio corpo, così dei propri istinti. Se non sono pochi a partecipare ad uno stupro il fallimento è di tantissime famiglie, da una parte e dell’altra, non solo di quelle coinvolte. É proprio il fallimento di tutta la società, nessuno escluso.

Il cristo che volevamo tanto difendere dalla croce è diventato nostro figlio e non siamo stati in grado di tutelarlo. Sono dovuti intervenire i carabinieri e la polizia, la prefettura e la questura, per salvare i nostri ragazzi.

Mentre scrivevo questo testo, mi sono fermato sulla panchina di fronte all’edicola in via Dante a Riccione. Ho sentito svariati commenti da parte dei nostri ospiti, tutti poco lusinghieri, mi sono vergognato e stizzito, ma tacitamente ascoltavo le deduzioni, mentre leggevano le anteprime degli articoli di giornale nelle bacheche fuori dell’edicola e di chi si sedeva accanto a me sulla panchina.

Non vi sto a raccontare tutti i dettagli, ma potrete immaginare che se questi ospiti sono a Riccione in ferie ed ogni giorno a passeggio per via Dante leggono di abusivismo, risse, stupri, rapine, droghe, violenze a minori, coltellate, spari, e altre violazioni di ogni genere, dopo un po penseranno di essere capitati in una città tutt’altro che sicura. Logico no?
Loro certo non possono capire, solo immaginare, ma vi assicuro che con la loro immaginazione sono andati molto oltre le aspettative comuni. C’è chi è arrivato a pensare che sia tutta una questione di territorio e che anche qui sia arrivata la mafia. Non sanno loro meschini che la mafia, qui, queste cose le fa in silenzio da anni.
Quello che meno capiranno è la tassa di soggiorno che si vedranno sottoporre alla fine della loro permanenza. Soprattutto la destinazione ed il motivo di questa tassa.

Noi che sappiamo come verrà spesa, per tappare buchi di molto più grandi e di entità decennale, ossia per rimpolpare l’inefficienza dei nostri cari esperti di amministrazione, abbiamo una sola azione da fare. Cominciare a chiedere conto di come i nostri soldi siano spesi. Ogni giorno, ogni santissimo giorno, ogni singolo centesimo.

Ad esempio, sapere che tutta la polizia del territorio è stata destinata al Meeting e che si liberava solo di sera, vi fa capire che centinaia di migliaia di euro al giorno non erano destinate tanto al territorio, ma alla tutela di coloro che dovrebbe tutelare noi, tutti i giorni, da questi criminali a zonzo per la città.

É dovere di ognuno di noi fare in modo che ciò non accada più, a costo di chiedere la chiusura di tutti i luoghi a rischio della riviera, d’Italia, se necessario.
Questo che segue per quanto riguarda la nostra costa Romagnola. Il territorio che io vivo e conosco. Una ricetta nazionale non la posso prevedere purtroppo. Sicuramente ci sono tanti ostacoli ad uno sviluppo di una diversa economia e paradigma culturale che possa farci evolvere. Questi ostacoli sono di un’evidenza enorme. Probabilmente necessari per impedire una crescita smisurata di popolazione, incoscente, che consumerebbe in gran fretta tutte le risorse rimaste. Una popolazione limitata ed ignorante, già colpevolizzata e osteggiata in tanti modi, tanto da averla resa sottomessa e rea al suo stesso peccato capitale, in maniera che la si possa governare con estrema semplicità.

Il prossimo anno la costa romagnola deve assolutamente rinascere. Così tutte le altre località turistiche d’Italia. Uno dei pochi presidi di reddito per la nazione è il turismo, un altro potrebbe essere l’enorme quantità di cultura su cui camminiamo. Queste sono realtà che vanno ricostruite e finalmente fatte evolvere. Abbiamo la stessa offerta da 100 anni. Ho qui una foto dei primi bagni con il costumone a righe in quel di Rimini, erano proprio spiagge a canneto e tempi d’oro, ma da allora ad oggi si sono aggiunti solo gli alberghi, i ristoranti, i bar, i pub e i divertimentifici. Il resto è rimasto pressoché uguale. A parte la nostra storia che si è persa, l’entroterra che richiamava un turismo di relax, la nostra cucina, che in pochi ancora sanno replicare e tanto altro ancora che si è miscelato a politiche vuote e controproducenti ( come appunto i locali dello sballo, i DJ set alcolici, i Rave Party, le Alcool Parade e metteteci voi il resto ).

Far prevalere il KM zero sulla fornitura di materie prime e manutenzione nell’offerta turistica, consentirebbe una ripresa del territorio e un aumento dell’offerta lavoro, oltre all’innegabile fatto di diversificare un prodotto che al momento è pressoché uniforme: dai gamberetti tailandesi al pangasio del mekong, dalla coda di rospo dell’atlantico alla piadina della buitoni, dal kebab turco al pane ucraino, bulgaro o romeno, fino al mascarpone di uova francesi e latte austriaco, o alla panna cotta di Brescia.
Ormai l’offerta del menu è internazionale e globalizzata, da Lecce a Ladispoli, da Genova a Rimini.
Se andate all’Acquasalata di Riccione, mangiate le stesse trofie al pesto dell’Osteria della Collina di Genova. Così una bella pepata di cozze potrebbe essere su una base spagnola, sia a Lecce che a Rimini, idem la crema catalana di Cattolica è uguale a quella di Bellaria.
Deve cambiare l’offerta, tornale locale e caratteristica, richiamata una clientela più consona ad una città turistica, riformulate tutte le politiche del territorio andate perse dopo l’introduzione dei “professionisti” del marketing di aria fritta. Oggi abbiamo strumenti di statistica enormi e ancora ci avvaliamo degli opinion leader e degli smart experts, degli Chef de Rang, degli administrators, come dei tuttologi della promozione turistica, che addirittura importiamo da società in fallimento ed hanno fatto più danni di un muflone imbizzarrito in mezzo agli ombrelloni. Questo branco di bufali ha appoggiato il culone sulle poltrone. Da quel giorno, dal basso della loro inesperienza, hanno approfittato dei punti deboli della nostra costa, cose che neppure per sogno i nostri nonni si sarebbero azzardati a toccare, facendo danni che si quantificano nell’ordine di miliardi di euro. La colpa è nostra sotto molti aspetti. La stessa colpa in cui ci ritroviamo ad abbandonare il nostro futuro, i nostri figli, così l’interesse per il nostro territorio lo abbiamo lasciato ad altri. Nello stesso modo in cui deleghiamo l’educazione dei nostri figli a professori, Polizia, Carabinieri, imprenditori…, lasciamo che siano gli stessi soggetti ad avvisarci che qualcosa non va, che abbiamo fallito o che un locale pieno di marmaglia ( tra cui i nostri figli ), debba essere chiuso.
Come dice l’assessore al turismo della regione Emilia Romagna, bisognerebbe togliere la parola turistico dal menu e metterci tipico, ma farlo davvero e non solo dirlo.
Nel nostro territorio non c’è più ombra di futuro, se non nel passato delle poche aziende a conduzione familiare, che tutelano il proprio buon nome cercando di offrire un servizio degno di questo nome. Le grandi società non hanno questo limite, pertanto saranno i loro avvocati a difendere il buon nome e il prestigio del marchio.
Fare avanzare i produttori dell’entroterra e la nostra gente esperta, invece, servirebbe enormemente per intensificare la produzione nostrana. Quella sana e genuina, quella che ora fatica enormemente a vendere carni, uova, formaggi, frutta e verdure autoctone. Vere prelibatezze romagnole che non hanno altra alternativa che vendere alle grandi distribuzioni, a prezzi di concorrenza con prodotti orientali e africani. Siamo privilegiati. Saremmo privilegiati. I nostri produttori sono una grande ricchezza per il nostro turismo e attualmente favoriscono solo la speculazione dei grandi distributori.

Non produciamo computer.
Neppure i cellulari.
Non riusciamo più a vendere neppure i nostri cibi e i nostri vini all’estero, se non nella fascia medio alta, perché aziende di tutto il mondo sanno fare dalla pasta Barilla, alla Nutella, al Parmigiano, al Cabernet.
Mentre qui da noi il Sangiovese non ce lo può copiare nessuno, magari ci fanno il Chianti e il Montepulciano, ma il San Giovese, il sangue di Giove, il sangue dei nostri giovani che si “srenavano” per raccogliere l’uva, no quello no. Quello non dobbiamo permettere a nessuno di portarcelo via.
É questione di futuro.

Cosa rimane quindi all’Italia intera se non esportare politica?
Ma no, non quella politica, magari se ne andassero all’estero, dovremo invece mantenerli per un bel po’, qui, ancora.
La politica che intendevo era quella economia di mercato, la filosofia del mangiar sano e del vivere in armonia con il territorio, quella del romagnolo che non fa debiti ma anzi paga in contanti e prima della scadenza.

Avanti non è così difficile. Iniziamo a cambiare il tipo di clientela, ossia a riprendere quella che ci portava ricchezza e soddisfazioni. Cambiamo il prodotto ritornando ai valori della pasta fatta a mano, delle nostre uova, del nostro olio, della nostra farina, delle nostre braccia, della nostra forza lavoro, del nostro prodotto di punta, la cortesia e il savoir fair. Non è difficile, basta non accontentarsi.

La nostra storia ci può dare una mano. Infatti non ho per niente accennato a tutto il patrimonio artistico e culturale di cui potremmo avvantaggiarci.
O vogliamo sdraiarci sul Meeting?

 

 

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